"Con la presente AGAPO – Associazione Genitori e Amici di Persone Omosessuali - dichiara la sua piena adesione alla manifestazione a difesa della famiglia e contro il DDL Cirinnà, in quanto la proposta di legge, contrariamente a quanto appaia sui media, non fa il bene delle persone omosessuali.
Il messaggio che tale legge trasmette ai nostri figli con tendenza omosessuale verrebbe essere il seguente: “la relazione tra due uguali è uguale a quella tra due differenti, vale a dire che A + A = A + B”.
Ciò non è vero e, ciò che non è vero, non può far il bene dei nostri figli.
Le persone omosessuali possono realizzare la felicità nella vita come tutti gli altri, purché sappiano guardare con realismo la propria condizione.
Il progetto Cirinnà rende ciò più difficile, perché oscura il ruolo dell’alterità nelle relazioni affettive, rendendo l’uomo e la donna intercambiabili.
Fa credere che l’alterità nell’amore non debba manifestarsi nel corpo – come se l’unione sponsale non fosse così fortemente corporea.
Fa confondere amore e amicizia, mette a repentaglio quest’ultima non riconoscendola e non separandola dagli atti sessuali.
La legge proposta rischia di aggravare la confusione nelle persone con tendenza omosessuale e di spingere molti dei nostri figli verso grandi illusioni-delusioni e – di conseguenza – verso comportamenti spesso autolesionisti, come dimostrano i dati socio-sanitari dei paesi che già hanno introdotto il matrimonio gay.
Il matrimonio gay rappresenta un nonsenso sul piano antropologico, una grave ingiustizia sul piano sociale (riservandogli un trattamento medesimo all’unione che fa nascere e crescere le generazioni successive) e, come sopra delineato, ci preme sottolinearlo, le prime vittime della legge sarebbero molte delle stesse persone omosessuali".
Comitato Direttivo di AGAPO fonte: www.agapo.net
Un miracolo d'arte sorto per custodire un miracolo di fede; questa è la definizione più appropriata per descrivere una delle opere più belle esistenti al mondo: il duomo di Orvieto. Nel 1263 un prete boemo tormentato dal dubbio circa la presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nell'ostia consacrata, si recò in pellegrinaggio a Roma per rafforzare la sua fede. Sulla via del ritorno, fermatosi a Bolsena per celebrare la messa sull'altare della Basilica di Santa Cristina, al momento della consacrazione vide stillare dall'ostia spezzata alcune gocce di sangue, che bagnarono il panno di lino usato nelle funzioni, il Corporale. Al sacerdote mancò la forza di continuare il rito; pieno di confusione e sorpresa cercò di nascondere il miracolo avvolgendo le specie eucaristiche nel corporale e si recò in sagrestia. Durante il percorso, però, alcune gocce di sangue caddero anche sui marmi del pavimento e dei gradini dell'altare. Appresa la notizia del prodigio, il Papa Urbano IV, che in quel momento si trovava ad Orvieto, mandò il vescovo del luogo a verificare l'accaduto, con il mandato di portare ad Orvieto il corporale insanguinato. Accertata l'autenticità dell'evento, Urbano IV decise di istituire la festa del Corpus Domini per tutta la Chiesa. Per celebrare adeguatamente il miracolo, inoltre, decise la costruzione ad Orvieto di una nuova cattedrale che fosse degna di conservare le sacre reliquie. Il miracolo di Bolsena divenne presto il più famoso del secolo, celebrato e commemorato nell'arte e nella tradizione. La sua rappresentazione più famosa si trova in un affresco di Raffaello, nelle stanze vaticane, nel quale papa Giulio II assiste alla messa di Bolsena. Anche il Duomo di Orvieto, intitolato a santa Maria Assunta, è stato celebrato nei secoli da artisti, scrittori e poeti, e non mancherà di sorprendere chiunque deciderà di visitarlo. Vi stupiranno le sue ardite e slanciate proporzioni – inno al desiderio di infinito e di ascesa verso il cielo – e la sua mirabile e suggestiva unicità, che sfugge a ogni semplicistica classificazione di stile. Io ci sono stato l'estate scorsa, e nonostante l'avessi già visitato molti anni fa, sono rimasto senza fiato; per quanto mi riguarda, la sua immensa bellezza è una prova indubitabile dell'esistenza di Dio: non si può costruire un'opera così perfetta senza possedere la reale percezione della grandezza della Persona alla quale s'intende dedicarla.
Qualche tempo fa facevo alcune riflessioni sull'amicizia.
Mi chiedevo se le persone che il destino ci mette accanto sono capitate per caso nella nostra vita o, invece, c'è Qualcuno che le sceglie affinché possano aiutarci a percorrere meglio il cammino che dobbiamo intraprendere.
Mi sono raffigurato, allora, tutti i volti che mi hanno accompagnato in questi anni: li ho guardati uno per uno e sono giunto alla conclusione che, senza ombra di dubbio, niente succede per caso nella vita.
Qualcuno ci ha pensati insieme prima della creazione del mondo.
Prima di creare il cielo, il mare, gli uccelli, i pesci, le piante, i fiori, Qualcuno pensava a noi ed alla meraviglia che avremmo provato nel contemplare tanta bellezza.
Le stesse riflessioni ho fatto recentemente, nel preparare l'incontro con alcuni amici bloggers che sono venuti a trascorrere alcune ore a Verona.
Ho sperimentato ancora una volta come non possa essere frutto del caso il nostro incontro:
mi si è presentata ancora una volta alla mente e al cuore la consapevolezza che Qualcuno ci ha messo insieme, seppur per trascorrere un brevissimo tratto di strada in compagnia.
Adesso però basta con le parole, perché in certi casi le immagini sono eloquenti più di mille discorsi.
Non sono riuscito a caricare le foto in questo post per problemi tecnici, ma neanche questo riesce a turbare la pace che fiorisce tranquilla nel mio cuore.
Un grazie speciale per la luce straordinaria che ha illuminato la nostra passeggiata e che nasce da dentro, prima di spandersi fuori;
per la simpatia di voi tutti che rende ogni incontro unico e irripetibile; per la presenza di Anna che ci ha arricchiti di una gioia inaspettata; per Sandra, che a malincuore è stata costretta a rimanere a casa, ma ciascuno di noi l'ha sentita più vicina che mai; per l'onore che ho avuto di avervi ospiti nella casa che abito;
per l'emozione che ho provato condividendo con voi la vita che faccio e, infine, per l'aiuto dall'alto, che ci ha dimostrato ancora una volta come una città già bella di suo possa apparire ancora più bella se a guardarla sono persone di buona volontà, capaci di cogliere l'incanto delle cose create con spirito grato.
Nel 1996 un maturo giovanotto di colore ricevette la laurea honoris causa in "Dottore della musica" all'Università dell'Alabama.
In quell'occasione raccontò divertito un aneddoto:
"Molti anni fa alcune persone mi dissero:
'Tu hai tre handicap insormontabili: sei cieco, sei nero e sei povero; non farai mai strada nella vita'.
Ma Dio mi disse: 'Io ti arricchirò del carisma dell'ispirazione, per trasmetterlo ad altri e perché con la tua musica tu possa incoraggiare il mondo a perseguire l'unità, la speranza e l'allegria'.
Ho creduto a Lui e non a loro".
E fu proprio così che andarono le cose: grazie a quella straordinaria ispirazione che sentiva crescergli dentro quel musicista appassionato della vita diventò una leggenda.
Oggi è unanimemente considerato uno dei più grandi geni della storia della musica.
Quel ragazzo si chiamava Steveland Twiki Hardaway Judkins ed era nato a Saginaw il 13 maggio 1950. La storia, però, lo ricorderà sempre col suo nome d'arte: Wonder (meraviglia). Buon compleanno Steve!!!
Capita raramente di ascoltare un disco così bello.
Quelle poche volte che succede, allora, nasce in maniera naturale l'esigenza di farlo conoscere alle persone che ti stanno a cuore, circostanza che mi induce a scrivere una vera e propria recensione; la prima della mia vita.
Il disco si chiama "Bestiari(o) familiar(e)" e ne è autore Alessio Arena, l'uomo con la finestra in petto di cui vi avevo già parlato qui.
Napoletano, classe 1984, da anni trasferitosi più o meno stabilmente a Barcellona, Alessio è figlio d'arte: suo padre è Gianni Lamagna, virtuoso della Nuova Compagnia di Canto Popolare, gruppo che, insieme a pochi altri, ha contribuito in maniera determinante a reinterpretare la tradizione musicale napoletana, schiudendole orizzonti di sconfinata modernità.
Vissuto per alcuni anni nel quartiere Sanità (dove ha insegnato musica in una scuola), Alessio si è laureato in letteratura Ispanoamericana con una tesi sullo scrittore cubano Reinaldo Arenas.
“Bestiari(o) familiar(e)” è il suo primo album plurilingue, (come quelli di Lhasa de Sela, alla memoria della quale è dedicato l’intero lavoro) registrato tra Barcellona (con gli arrangiamenti e la produzione della pianista Clara Peya e del batterista Toni Pagès) e Napoli (sotto l’egida della Nuova Compagnia di Canto Popolare) e prodotto da diMusicaInMusica.
Tutto il disco è illuminato da una sintesi mirabile tra cultura ispanica e tradizione mediterranea, espressione di due metropoli simbolo: Barcellona e Napoli: «così lontane, così vicine. Ci sono i suoni del mio presente, ovvero Barcellona, dove provo a sbarcare il lunario nutrendo la mia musica e la mia scrittura. E ci sono i suoni del mio passato: Napoli, con un eterno ritorno a casa».
Il primo singolo estratto, Tutto quello che so dei satelliti di Urano, gli ha fatto vincere il festival della canzone d’autore italiana.
Alessio nasce però come scrittore: ha già pubblicato quattro libri; lui stesso racconta come a sei anni sua madre sia andata a vivere in un altra città e perciò ha cominciato a scriverle lettere interminabili in cui le raccontava vicende della vita quotidiana più o meno verosimili.
Ma libri e dischi sono frutti diversi della stessa fantasia creativa: «La concisione della canzone mi proietta nell’autobiografia, mi spinge a mettere a fuoco sentimenti e storie e persone della mia vita attuale e passata, meravigliose “bestie” a cui consegno un lavoro discografico che ha un po’ il senso di un testamento».
Ed effettivamente un testamento sembra voglia essere questo disco, espressione di una maturità compositiva e letteraria sorprendente; frutto di un lavoro profondo e paziente che lo rendono un autentico capolavoro. Sarebbe superfluo, pertanto, sottolineare l'importanza di un brano rispetto agli altri; ogni composizione appare risplendere di una luce di ineffabile bellezza, contribuendo a realizzare un'opera di originalissima integrità e suggestione.
Ci limitiamo a dire soltanto che il disco si divide in due parti che fanno riferimento la prima all’attualità («Avui»), caratterizzata da brani cantati in lingua catalana e castigliana; la seconda al passato («Ajere»), cantata in italiano e napoletano,
In ogni singola nota risplende tutta la gioia e la sofferenza di trent'anni di vita trascorsa a cercare la bellezza delle cose quotidiane più semplici, capaci di acquistare ciascuna un senso insospettato, e contribuendo a fare della vita "una geometria divina" che esige il caricarsi "l'anima in spalla" e volare via lontano da se'. Il disco è acquistabile sulle piattaforme digitali più comuni, non avendo purtroppo ancora trovato in Italia un'etichetta che avesse il coraggio di investire sull'enorme talento di questo ragazzo. E' questa la cosa che dispiace di più, poiché è davvero desolante constatare come uno dei dischi più belli degli ultimi anni non possa trovare adeguata diffusione nel nostro paese.