martedì 8 novembre 2022

la donna che parla alle aquile

Sono le sei del mattino del 16 luglio 2016. Lo scenario è quello delle Dolomiti.

A 2500 metri d'altezza, mentre l'alba spunta tra le montagne incantate, un gruppo di musicisti si prepara a suonare davanti ad uno sparuto gruppo di pubblico eroico.

C'è anche una donna che si accinge a cantare: non è italiana; proviene dalle lontane terre del nord.

Il suo nome è Mari Boine: è norvegese di etnia Sami, comunità lappone che vive in una regione isolata dal mondo civilizzato.

Il brano che segue si chiama "Brother Eagle" ed ascoltandolo vi accorgerete che chiamare cantante questa donna è molto riduttivo perché i suoni che sbocciano dalla sua bocca vanno al di là della musica come siamo abituati ad ascoltarla: la sua voce sembra abbracciare l'intero universo ed è capace di trasportarci in spazi del tutto inesplorati.

Non ve la perdete


martedì 4 ottobre 2022

la speranza del mondo

Se non fosse per le cure di Maria, per le preghiere di Maria, la razza umana non sarebbe più.

L’avrei cancellata perché veramente il vostro vivere ha toccato il profondo del Male e la Giustizia è ferita, e la Pazienza è colmata, e la punizione è pronta; ma c’è Maria che vi ripara con il suo manto, e se io posso, con un volger di sguardo, far prostrare il Paradiso e tremare gli astri, non posso nulla contro mia Madre.

Sono il suo Dio, ma sono sempre il suo Bambino.
Su quel Cuore mi sono riposato nel primo sonno d’infante e nell’ultimo della morte, e di quel Cuore so tutti i segreti.
So, dunque, che punirvi sarebbe dare un trafiggente dolore alla Madre del genere umano, alla Madre vera, che sempre spera potervi condurre al Figlio suo.
Sono il suo Dio ma Ella è mia Madre ed Io perfetto in tutto, vi sono Maestro anche in questo: nell’amore per la Madre.
A chi ancora crede, nel mondo, Io dico: “La salvezza del mondo è in Maria”.

rivelazione a Maria Valtorta, Diari

giovedì 15 settembre 2022

il mistero della luce

Non posso negare, e il titolo di questo blog ne è la conferma, che esiste un fenomeno naturale da cui sono profondamente attratto ed incuriosito: quello della luce.

E' stato per me sorprendente scoprire che gli stessi esperti sul tema "brancolano nel buio più fitto", tanto da giungere alla conclusione che la natura della luce è uno dei misteri più impenetrabili della storia della scienza.

Alcuni scienziati hanno sostenuto che la luce sia composta da particelle, altri di onde elettromagnetiche; recentemente qualcuno ha ipotizzato che sia entrambe le cose, ma in materia ci sono poche certezze.

Eppure la luce costituisce un elemento vitale per ogni specie vivente, dalle piante (che ne "bevono" in abbondanza altrimenti muoiono) agli esseri umani, il cui umore è tanto condizionato dalla luminosità delle giornate.

L'intensità e la purezza della luce dipendono poi da tante circostanze: stagioni, condizioni atmosferiche, umidità, al punto che ci sono momenti in cui risplende con una tale limpidezza che sembra fare nuove tutte le cose, quasi ricreandole.

Anche dal punto di vista teologico, la luce è molto legata al concetto di vita e di creazione: Dio stesso è rappresentato spesso come luce e tutti quelli che hanno avuto esperienze di premorte, oltre ai santi mistici che ne hanno avuto diretta visione, lo hanno descritto come una luce intensissima che non da fastidio agli occhi.

Immaginate la mia sorpresa quando ho scoperto che anche il miracolo della vita umana inizia con un lampo di luce al momento del concepimento.

Questo lampo di luce è stato fotografato da alcuni scienziati americani con uno scatto che immortala l'istante del concepimento, quando il gamete maschile penetra nell'ovocita femminile e inizia una nuova vita.

Quest'attimo, colto da una sofisticata tecnologia, ha rivelato che al principio della vita corrisponde una esplosione di luce.

Luce e vita procedono insieme da sempre nel corso della storia e Dio voglia che questa sorgente non abbia mai ad esaurirsi finché ci saranno esseri viventi sulla terra.




  


sabato 11 giugno 2022

Resistenza e perdono

Sono a Parigi, vorrei incontrarla”.

L'uomo parlava tedesco. Riconobbi subito la sua voce: l'avevo sentito l'ultima volta quarant'anni prima, nel febbraio del 1944.

Non avevo alcun dubbio: era lui, un medico tedesco della Gestapo che mi aveva tenuta imprigionata per quattro mesi durante la seconda guerra mondiale.

I suoi crudeli trattamenti mi avevano quasi uccisa, rinchiudendo il mio corpo in una rete di dolore dentro la quale, ancora oggi, sono prigioniera.

E adesso il mio aguzzino era alla mia porta.

Cosa voleva da me?

Le sofferenze che mi hanno accompagnato in questi anni hanno messo a dura prova la mia resistenza fisica e mentale: è stata la fede in Cristo risorto che mi ha aiutata a resistere durante i momenti di buio e a ricostruire una vita della quale non ero più pienamente padrona, quella fede in Cristo che mi imponeva di amare i nemici e di credere al perdono, come partecipazione al compimento della croce.

Dopo quarant'anni non avevo smesso di pregare per quell'uomo. Avevo paura che morisse con il cuore abitato dall'odio e mi auguravo che incontrasse Colui che l'aveva creato per amore.

Ho un cancro” esordì, “l'ho appena saputo. Sono condannato, mi restano sei mesi di vita.

Non ho mai dimenticato ciò che lei disse ai miei altri prigionieri riguardo alla morte.

Sono sempre rimasto stupito per il clima di speranza che lei aveva instaurato.

Ora ho paura della morte. Vorrei capire meglio.

Cosa posso fare adesso? Come posso riparare il male commesso?
"Con l'amore", gli dissi. "La sola risposta al male è l'amore".

"Perdono. Le chiedo perdono” Mi disse.

Non si perdona in astratto, bisogna guardare in faccia il proprio carnefice e implorare per lui una misericordia che l’uomo non è capace di offrire.

Non è stato facile perdonare, anche se per tanti anni Maiti pensava di essere pronta a farlo, però lei ci riesce, forse proprio perché era tanto tempo che ci si stava preparando:

Istintivamente, presi il suo viso tra le mani e lo baciai sulla fronte.

In quel momento seppi che l'avevo veramente perdonato.

La sola risposta al male è l'amore, gli aveva detto la sua vittima.

Lui lo ha fatto, gli ultimi sei mesi di vita sono stati un’offerta di sé agli altri.

Di ritorno alla sua città aveva riunito parenti e amici e confessato loro il suo passato.

I suoi ultimi mesi furono effettivamente offerti agli altri.

Maiti non aveva mai smesso di pregare per lui e dopo la sua morte non dubitò che ormai condivideva anche lui la gioia dei figli di Dio: il mistero della redenzione si era compiuto.

Solo dieci anni dopo il loro incontro la donna ha deciso di raccontare la sua storia in un libro scritto insieme a Guillaume Tabard, giornalista di Le Figaro, che è stato tradotto anche in italiano con il titolo Maïti. Resistenza e perdono (Itaca edizioni).
E' una storia che vi scuoterà nel profondo ma vale la pena leggerla.

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mercoledì 4 maggio 2022

il mio nome è dolore

“Quando verrai alla mia tomba, tu bussa e io ti risponderò"; lo ha lasciato scritto nel testamento spirituale per dire che lui anche da morto ci sarebbe sempre stato per chi avesse chiesto il suo aiuto.

La gente ha preso il consiglio alla lettera, viene qui e bussa davvero.

Entrando nella seicentesca chiesa di San Giuseppe dei Vecchi a Napoli si resta colpiti dal flusso di persone e dagli ex voto, ma è soprattutto una semplice sepoltura posta lungo la navata ad attirare l’attenzione.

È la tomba di don Dolindo Ruotolo (Napoli 1882-1970) punto di riferimento, in vita, per migliaia di persone, la cui devozione si sta diffondendo sempre di più nel mondo man mano che aumentano le grazie ricevute.

In questa chiesa la gente viene per bussare, e anch'io ci sono andato l'estate scorsa: mi sono inginocchiato davanti alla tomba e ho bussato!

Con stupore mi sono accorto che la lastra di marmo si muoveva: si vede che a furia di bussare si sono allentate le viti che la tengono chiusa; altro motivo di meraviglia è stata la presenza nella chiesa di un nutrito gruppo di fedeli polacchi in pellegrinaggio a Napoli. Pare che in Polonia don Dolindo stia facendo molti miracoli.

Leggendo la sua storia si rimane stupefatti per la gigantesca statura spirituale di questo santo che pochi ancora conoscono e di cui lo stesso Padre Pio, suo contemporaneo, aveva grandissima stima.

Si sta diffondendo in questi anni soprattutto l'atto di abbandono che don Dolindo (che significa dolore) ha composto su ispirazione divina, di cui riporto solo la parte conclusiva:

Quando vedi che le cose si complicano, di' con gli occhi dell'anima chiusi:

 "Gesù, pensaci tu".  

E distràiti, perché la tua mente è acuta... e per te è difficile vedere il male. Confida in me spesso, distraendoti da te stesso. Fa' così per tutte le tue necessità. Fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio amore. Io ci penserò ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi faccio la grazia dell'immolazione di riparazione e di amore che impone la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e di' con tutta l'anima: "Gesù pensaci tu". Non temere ci penso io. E tu benedirai il mio nome umiliandoti. Mille preghiere non valgono un atto solo di fiducioso abbandono: ricordatelo bene. Non c'è novena più efficace di questa: 

O Gesù m'abbandono in Te, pensaci tu!


venerdì 22 aprile 2022

Lo beve quel prosecco?

Vive in mezzo alla campagna in un piccolo paesino dell'Oltrepò Pavese.

La sua missione è fare dell'umorismo intelligente e poco corretto politicamente.

Si chiama Arianna Porcelli Safonov ed è una delle più brillanti attrici emergenti.

Pubblica brevi monologhi su youtube che riguardano i più disparati temi di attualità affrontati con arguzia e ironia.

Al momento trovo una sola controindicazione alla loro visione: creano dipendenza.

Ve ne propongo solo uno, quello che più mi è piaciuto, nel quale dice tutto quello che avrei voluto dire io sull'argomento.

Buona visione


mercoledì 19 gennaio 2022

il figlio velato

E' considerato uno degli scultori più importanti al mondo, malgrado la giovane età.

E' italiano e recentemente ha deciso di stabilire il suo studio a Napoli, nel quartiere Sanità, all'interno di una delle tante chiese ormai chiuse al pubblico, quella di sant'Aspreno ai Crociferi.

Il suo nome è Jago, al secolo Jacopo Cardillo da Frosinone.

Una delle sue opere più celebrate si chiama il figlio velato ed ha tratto ispirazione dal più famoso capolavoro collocato nella cappella di San Severo.

Riproduce un bimbo disteso per terra, il volto leggermente di profilo, gli occhi che si intravedono chiusi nonostante il velo leggero copra tutto il corpo, lasciando scoperta solo una mano, inerme.

Nell'intenzione dell'artista l'opera rappresenta l'immagine dell'infanzia vilipesa ed oltraggiata dall'egoismo del mondo contemporaneo: icona di tutti i bambini vittime innocenti della crudeltà umana.

Jago è anche un grande comunicatore: basta vedere uno dei tanti video in cui si racconta per comprendere che la sua arte è espressione di un pensiero profondo e innovativo.

Personalmente la sua opera che apprezzo di più è Muscolo Minerale, che riproduce un cuore all'interno di un blocco di marmo da lui raccolto sulla sponda di un fiume, quando, all'inizio della sua carriera, non avendo mezzi economici per comprare il marmo, si riforniva degli scarti abbandonati sul greto del fiume.

Mi sembra bellissimo il contrasto tra il blocco di marmo grezzo ed il cuore finemente scolpito all'interno: immagine perfetta di come anche i materiali più infimi (compresi quelli umani) possano nascondere al loro interno meraviglie insospettate.