venerdì 30 gennaio 2026

l'eterna giovinezza di Dio

Da tempo vado affermando quanto sia assurda l'idea di raffigurare Dio Padre come un vecchio che incute timore e minaccia castighi: mi ha dato perciò una grande gioia scoprire la storia davvero incredibile di una santa contemporanea: Eugenia Elisabetta Ravasio (1907-1990).

Nata in provincia di Bergamo agli inizi del secolo scorso, si consacra prestissimo a Dio con il sogno di andare in missione e lo realizza pienamente poiché in dodici anni di attività missionaria apre più di settanta centri di accoglienza, con infermerie, scuole e chiese, nei luoghi più abbandonati dell'Africa, dell'Asia e dell'Europa.

Tra le sue più grandi opere vi fu quella a favore dei lebbrosi della Costa d’Avorio, «membra sofferenti di Cristo». Per sollevarli dalla loro condizione scoprì la prima medicina per curare la lebbra, ricavandola dal seme di una pianta tropicale: il farmaco sarà poi studiato e sviluppato su larga scala presso l'istituto Pasteur di Parigi. Progettò e ralizzò in Costa d'Avorio la Città dei lebbrosi: un lebbrosario che fosse una città autonoma, con una casa per ogni lebbroso, scuole, ospedale, cinema, chiesa, articolato su una superficie di 200.000 metri quadri e che tuttora resta un centro di avanguardia in Africa e nel mondo.

In riconoscimento di questo risultato, la Francia ha conferito la Couronne Civique, la più alta onorificenza nazionale per il lavoro sociale, alla Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, di cui Madre Eugenia fu Superiora Generale. Coinvolse in questa missione anche il laico Rauol Follereaul che tenne conferenze in tutta la Francia per raccogliere i fondi necessari allo scopo, divenendo così l'apostolo dei lebbrosi.

Intanto, nel 1932 l’Onnipotente comincia a farle delle rivelazioni, successivamente riconosciute come autentiche dalla Chiesa al termine di un’inchiesta diocesana avviata nel 1935 e durata 10 anni, che coinvolse teologi e medici, compreso uno psichiatra.

Il Padre comunicò di voler «bandire il timore eccessivo che le mie creature hanno di Me e per far loro capire che la mia gioia consiste nell’essere conosciuto ed amato dai miei figli». Lamentando che il suo Amore di Padre è stato dimenticato dagli uomini («eppure vi amo così teneramente!»),

«Guarda, Io depongo la mia corona e tutta la mia gloria, per prendere l’atteggiamento di un uomo comune

A tal fine Dio ha chiesto di essere chiamato, con filiale confidenza, «con questo dolce nome di Padre», così da conoscere fin dalla vita terrena «l’amore e la fiducia che faranno la vostra felicità nell’eternità». E bisogna che questa confidenza sia frutto di «un vero spirito di familiarità e di delicatezza nello stesso tempo».

Come segno tangibile della Sua presenza invisibile, il Padre celeste ha chiesto che venga diffusa ed esposta un’immagine, che non sia come «quel terribile vecchio che gli uomini rappresentano nelle loro immagini…», ricordando di essere coeterno al Figlio e allo Spirito Santo, «né più giovane, né più vecchio».

Al riguardo, suor Eugenia aveva incaricato un pittore di dipingere il Padre come l’aveva visto lei: capelli neri e lunghi, occhi scuri e senza barba, con lo scettro e la corona ai Suoi piedi.

Ad ogni modo quel dipinto, esposto in origine in una chiesa di Grenoble, fu fatto scomparire negli anni della persecuzione che suor Eugenia dovette patire, assistendo alla distruzione dei suoi scritti e delle immaginette che intanto aveva fatto diffondere. Una sua vecchia stampa, poi recuperata, è stata poi tradotta nell’arte delle icone e diffusa soprattutto nei Paesi dell’Est.

Le straordinarie rivelazioni divennero subito note fuori dalla congregazione e le costarono una via crucis di spietata crudeltà. Sin dal 1934, dopo un anno a letto per malattia (il suo peso scese a 27 chili), subì i primi pesantissimi interrogatori ecclesiastici. Non creduta, bollata perfino come eretica, per due giorni fu rinchiusa in manicomio.

Poco dopo la sua rielezione a superiora generale nel 1947, le assurde accuse di una suora con disturbi nervosi (che voleva essere sua segretaria) la portarono davanti al Sant’Uffizio: dovette dimettersi. Tra la fine del 1952 e l’inizio del 1953, malgrado le continue prove di obbedienza, fu addirittura spogliata dell’abito religioso.

Seguiranno altri anni di preghiera, silenzio, sofferenza, compreso il carcere a Rebibbia, dove conoscerà i ‘motivi’ del suo arresto - cioè la volontà di arricchirsi con le questue e altre accuse incredibili - solo dopo quattro mesi dietro le sbarre. Ma il suo carisma rimase intatto: «Io debbo essere il sorriso del Padre», diceva.

Quello che segue è il dipinto di Dio Padre, così come si è rivelato a suor Eugenia, in tutta la sua giovinezza e con lo scettro ai suoi piedi.


lunedì 5 gennaio 2026

un'altra bellezza

Costruire un’altra bellezza è forse l’unica strada verso una pace vera.

Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell’esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra.

Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. 

Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte;

incontrare se stessi nell’intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea.

Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un’altra bellezza, e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono.

È un’impresa (forse) utopica, che presuppone una vertiginosa fiducia nell’uomo. Ma mi chiedo se mai ci siamo spinti così avanti su un simile sentiero.

Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra.

E non saranno la paura né l’orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite.

Alessandro Baricco      Iliade

martedì 9 dicembre 2025

Al buffet con la morte

Ieri ci ha lasciati, all'età di 55 anni, Anna Toscano,  una ragazza "fatta di luce, talento, determinazione, generosità e genio", come la definisce il marito. 

Poeta, giornalista, docente, fotografa. Era bravissima in tutto quello che faceva e lo è stata anche nel dialogare con la morte, venuta a trovarla dopo una malattia incurabile.

Nella sua poetica il tema della morte era centrale, come lei stessa scriveva nel libro di poesie "Al buffet con la morte" (La vita felice, 2018):

Quante volte ho pranzato
con la morte stesa sul tavolo
faceva cadere la forchetta a mio padre
rovesciava l’acqua a mia madre,
non ci guardavamo
sapendoli suoi segnali
non la guardavamo
ma il suo alito ci toccava.


Talvolta immagino come sarà per me
immagino di scendere dal letto
infilare le pantofole e
mentre vado al buio
nell’altra stanza
per prendere gli occhiali
una sagoma di luce tenue
l’immagine di mia madre
che mi avvolge.
Ed è finita lì.
Oppure mentre vado al lavoro
salendo un ponte

 volti fermi che mi guardano

gradino dopo gradino

volto dopo volto
rallento
scendo il ponte
e lungo la calle
ai lati file di persone che
mi sorridono con tratti noti
occhi bocche nasi ciglia
come uscissero da cornici su mensole
inizio a capire ed ecco
dal fondo avanzare mia nonna
mio nonno mio padre la Maria
mia madre che si stacca dagli altri
per venire verso me
io torno quattrenne e con
le mie scarpette con gli occhi
le corro incontro
lei mi solleva in braccio e
tutto ricomincia, finalmente
tutto diversamente.

O non sarà così,
sarà un attimo e poi niente.

Anna è stata una persona speciale e la sua voce non cesserà mai di illuminarci adesso che si è compiuto il suo più grande desiderio: possedere la sua "eternità, piena di parole, libere".


lunedì 13 ottobre 2025

l'arte di far sbocciare

Se dovessi definire la virtù che più ti rappresenta direi che hai la capacità non comune di vedere in ogni persona quei talenti che nessuno vede e farli sbocciare.

La stessa abilità che manifesti nel far fiorire le piante che tanto ami, e che nelle tue mani risorgono sempre a nuova primavera, l'hai impiegata per far fiorire tutte le persone che ti sono state affidate, molte delle quali erano giudicate senza talento e speranza di progresso, a cominciare dai tuoi alunni che a distanza di anni continuano a nutrire verso di te una profonda riconoscenza e stima.

Tra queste persone mi ci metto anch'io perché se ho combinato qualcosa di buono nella vita lo devo soprattutto a te, che hai creduto in me quando nessuno, neanch'io, ci credeva, apparendo agli occhi di tutti, anche ai miei, come un soggetto davvero patologico.

Ma tu hai saputo guardarmi dentro e vedere quello che nessuno vedeva: mi hai incoraggiato e sostenuto sempre e non solo perché ero tuo figlio, lo hai fatto con tutti: sei riuscita a far sbocciare sempre il meglio da ogn'uno, a valorizzare tutti gli aspetti positivi, spesso pochi, di ogni anima che ricorreva alle tue cure.

Qualche tempo fa ti ho chiesto come immaginavi il paradiso: mi hai risposto che desideravi fosse un giardino fiorito nel quale speravi che il Signore ti collocasse a coltivare i fiori.

Non ti ho mai dedicato un pensiero in questo blog, ci tenevo a farlo oggi che compi 90 anni e spero di potertene dedicare altri anche negli anni a venire: sono sicuro che li trascorrerai con la stessa serenità e gioia con cui hai speso tutta la tua vita.

venerdì 19 settembre 2025

l'eterno bisogno d'amare di un io semplice

Qualche anno fa pubblicai in questo luogo una poesia di un'amica conosciuta attraverso il blog, commentandola così: "questo brano splendido, espressione di sintesi geniale tra poesia e prosa, è tratto dal blog L'isola di E'riu della mia amica Antonella, le cui parole sovente fanno vibrare il mio cuore".

L'amicizia con Antonella Borghini, questo il suo nome completo, è stato uno dei frutti più belli di questo blog perché è maturata nonostante la profonda diversità di vedute emersa spesso su molti temi importanti e che non ha intaccato l'altrettanto profonda stima e rispetto reciproci. 

Per tutti questi motivi quando ho saputo della pubblicazione di una sua silloge di poesie dal titolo molto evocativo per me "Cura della luce", editore Babbomorto, ho subito espresso il desiderio di averla tra le mani ed Antonella, con una gentilezza d'altri tempi, me l'ha fatta recapitare direttamente a casa.

Immaginate la gioia che ho provato leggendo queste poesie, che mi hanno rivelato come i nostri mondi interiori siano molto più convergenti di quanto pensassi. 

Non posso qui riportare tutti i brani che mi hanno toccato: mi limiterò a trascriverne soltanto due, giudicate voi.


Inettitudine alla vita

Fossi la foglia accartocciata

che t'incuriosisce nella forma del suo morire

o solo fossi nascosta fra le cose tue

come quel fiore che hai curato

resterei a memoria

e sarei la tua malinconia del suo sfiorire


Materna e beffarda è la natura 

stordisce di troppo sole e acceca d'azzurro intenso

l'eterno bisogno d'amare di un io semplice

che si consuma incapace a non credere

che ogni linea diventi cerchio

che ogni giustizia abbia un nome

e che ogni compimento si compia

persino il mio


Ultima goccia di linfa

Gravida di semi accenni alla mestizia dell'inverno

e al futuro canto dei tuoi frutti

Sdraita sul tuo ventre

ascolto il cricchiolare delle zolle

le risa dei germogli

e il pianto sterile dei sassi


Madre

trattieni qui i miei passi

nell'umidore sacro del tuo amore

tienimi figlia

foglia tra le foglie

linfa come se di linfa fossi l'ultima tua goccia

e quando il tempo

non sarà più il mio tempo

liberami nel vento

 

venerdì 5 settembre 2025

effetti collaterali

Saranno tutti i farmaci che sto prendendo, fatto sta che sono diventato un esperto di effetti collaterali.

Uno dei più curiosi è quello che mi abbassa il livello di tolleranza degli esseri umani.

Non si tratta semplicemente di sbalzi d'umore ma di vera e propria difficoltà a sopportare la gente.

All'inizio non capivo cosa stesse succedendo, poi ho cominciato a leggere meglio i foglietti illustrativi: non era mia la colpa.

Mi sono anche accorto che la mia soglia di sopportazione era veramente altissima tanto che, nonostante le medicine, rimane ancora sufficiente ad impedirmi di accoppare qualcuno.

I globuli bianchi però sono depressi e fanno fatica a riprodursi.

Non mi sono mai sentito un malato, però, né mi sono mai comportato come tale: ho continuato a fare tutto quello che facevo prima e questo mi ha salvato.

Mi ha aiutato molto pensare che tutto quello che Lui ci manda è sempre il meglio per noi, anche se ci fa soffrire un po'.

Non ho mai perso la gioia di vivere, perciò, e questa è una grande grazia, poiché uno dei principali effetti collaterali del dolore è quello che ti conduce a tagliare i rami superflui, dopo aver sperimentato i tuoi limiti e le tue paure. 

Siamo deboli e fragili ma proprio questa consapevolezza può diventare la nostra forza se ci fa comprendere che la vita non è nelle nostre mani: ci è stata affidata e ci può essere tolta in qualsiasi momento, perciò non sprechiamo il tempo che abbiamo a disposizione, è il luogo della salvezza, poi verrà quello del giudizio. 



martedì 10 giugno 2025

Un altro modo di vincere, e di perdere.

Ma c’era sul volto di quel ragazzo altoatesino, nella sua espressione, qualcosa di bello. Non rabbia, non i pugni chiusi di chi ha mancato per un attimo il traguardo.

Nella delusione una pacatezza, quasi una serenità. Avere perso dopo una lotta estrema, e non manifestare rabbia.

Come se nessuna sconfitta potesse annullare una radicata fiducia in sé; come se l’esito di una partita, o di un esame, insomma un giudizio esteriore su di te, per quanto grande sia la amarezza, non potesse farti perdere l’equilibrio interiore.

È il segno del non dipendere, del non fare dipendere la propria vita dall’esito, dal successo di ciò che si fa.
Mettercela tutta, ma se poi perdi non crolli. Hai dentro una certezza più grande che ti sostiene. Giocherai di nuovo, di nuovo vincerai.
È quello che del resto Carlos Alcaraz, da campione vero, ha detto subito a Sinner, deposti i fioretti: «Sono sicuro che sarai campione, non una volta, ma tante volte. È un privilegio giocare con te».

E nel mondo di sciocchezze e insulti dei social da cui siamo invasi, queste parole meravigliano, davvero. Quei due ci hanno meravigliato davvero. Un altro modo di vincere, e di perdere. 
Chissà se si sono accorti, i milioni di ragazzi che stavano a guardare, di questo altro modo di affrontare l’altro.
E di incassare il “no” di una sconfitta: ciò che – sia il rifiuto di una donna, sia un obiettivo non raggiunto – fa perdere la testa a molti giovani di oggi. Come fossero, dentro, così fragili.
Verrebbe voglia di andare dalla madre e dal padre di Sinner a domandare: come avete fatto.
Non a farne un campione, ma un uomo che incassa una sconfitta così e non strepita.
E resta saldo, sereno, in piedi.
                             Marina Corradi - Avvenire