“Sono
a Parigi, vorrei incontrarla”.
L'uomo
parlava tedesco. Riconobbi subito la sua voce: l'avevo sentito
l'ultima volta quarant'anni prima, nel febbraio del 1944.
Non
avevo alcun dubbio: era lui, un medico tedesco della Gestapo che mi
aveva tenuta imprigionata per quattro mesi durante la seconda guerra
mondiale.
I
suoi crudeli trattamenti mi avevano quasi uccisa, rinchiudendo il mio
corpo in una rete di dolore dentro la quale, ancora oggi, sono
prigioniera.
E
adesso il mio aguzzino era alla mia porta.
Cosa
voleva da me?
Le
sofferenze che mi hanno accompagnato in questi anni hanno messo a
dura prova la mia resistenza fisica e mentale: è stata la fede in
Cristo risorto che mi ha aiutata a resistere durante i momenti di
buio e a ricostruire una vita della quale non ero più pienamente
padrona, quella fede in Cristo che mi imponeva di amare i nemici e di
credere al perdono, come partecipazione al compimento della croce.
Dopo
quarant'anni non avevo smesso di pregare per quell'uomo. Avevo paura
che morisse con il cuore abitato dall'odio e mi auguravo che
incontrasse Colui che l'aveva creato per amore.
“Ho
un cancro” esordì, “l'ho appena saputo. Sono condannato, mi
restano sei mesi di vita.
Non
ho mai dimenticato ciò che lei disse ai miei altri prigionieri
riguardo alla morte.
Sono
sempre rimasto stupito per il clima di speranza che lei aveva
instaurato.
Ora
ho paura della morte. Vorrei capire meglio.
Cosa
posso fare adesso? Come posso riparare il male commesso?
"Con
l'amore", gli dissi. "La sola risposta al male è l'amore".
"Perdono.
Le chiedo perdono” Mi disse.
Non
si perdona in astratto, bisogna guardare in faccia il proprio
carnefice e implorare per lui una misericordia che l’uomo non è
capace di offrire.
Non
è stato facile perdonare, anche se per tanti anni Maiti pensava di
essere pronta a farlo, però lei ci riesce, forse proprio perché era
tanto tempo che ci si stava preparando:
“Istintivamente,
presi il suo viso tra le mani e lo baciai sulla fronte.
In
quel momento seppi che l'avevo veramente perdonato.
La
sola risposta al male è l'amore, gli aveva detto la sua vittima.
Lui
lo ha fatto, gli ultimi sei mesi di vita sono stati un’offerta di
sé agli altri.
Di
ritorno alla sua città aveva riunito parenti e amici e confessato
loro il suo passato.
I
suoi ultimi mesi furono effettivamente offerti agli altri.
Maiti
non aveva mai smesso di pregare per lui e dopo la sua morte non
dubitò che ormai condivideva anche lui la gioia dei figli di Dio: il
mistero della redenzione si era compiuto.
Solo
dieci anni dopo il loro incontro la donna ha deciso di raccontare la
sua storia in un libro scritto insieme a Guillaume Tabard,
giornalista di Le
Figaro, che
è stato tradotto anche in italiano con il titolo Maïti.
Resistenza e perdono
(Itaca edizioni).
E'
una storia che vi scuoterà nel profondo ma vale la pena leggerla.
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