martedì 10 dicembre 2013

chi siamo veramente

Da tempo, voi lo sapete, mi stavo chiedendo chi sono veramente, dal momento che quello che sono stato lo so già; quello che sarò posso soltanto immaginarlo e continuare a costruirlo, ma quello che sono era per me ancora un mistero.
Come tutti voi, infatti, anch'io sono stato qualcuno in qualcosa e sono stato qualcosa per qualcuno, ma questo non mi bastava: il mio cuore era ancora insoddisfatto.
Si smette presto, infatti, di essere qualcuno in qualcosa: si impiega più o meno tempo ma alla fine si diventa vecchi per tutto.
Si smette anche di essere qualcosa per qualcuno: la nostra capacità di amare è limitata ed il nostro cuore fa molta fatica ad essere fedele.
Preso dallo sconforto, ho cominciato a cercare dentro e fuori di me la risposta agli aneliti più profondi del mio cuore e, quando ormai già temevo di aver perso ogni speranza, ecco che ho letto qualcosa che mi ha sconvolto: "Ogni creatura spirituale è voluta come termine immediato dell'amore creatore; è stata voluta e amata da Dio per sé stessa. Per questo l'individuo di natura razionale riceve un nome specifico, quello di persona, che ne esprime la dignità.
La creatura spirituale è partecipe dell'essere divino in modo più elevato delle altre: ha come tutte l'essere da Dio, ma lo ha perennemente, e non solo in funzione del resto del creato, bensì per sé stessa".
Ogni uomo è solo ma nessun uomo è inutile.
Nessuno viene all'esistenza per caso; questa verità illumina un'esperienza fondamentale per ogni uomo: la coscienza della propria dignità, il suo essere per tutta l'eternità come qualcuno davanti a Dio e per sempre e la necessità di essere amato per sé stesso, altrimenti si considera sventurato.
Essere per tutta l'eternità qualcuno davanti a Dio e per sempre: ma vi rendete conto di cosa significhi questo???
Adesso che ci penso mi accorgo che, sin da piccolo, ho sempre provato questa sensazione; sono sempre stato consapevole del fatto che "lassù qualcuno mi ama". Ho sempre percepito che Egli mi ama con amore esclusivo: come se esistessi soltanto io sulla terra; come sia possibile questo è un mistero ma io lo sento. Adesso so finalmente chi sono
Ho scoperto di essere ancora qualcuno
Qualcuno davanti a Lui e per sempre
Essere unico ed irripetibile ai Suoi occhi
Unico ed irripetibile per sempre
Il mio essere unico ed irripetibile è eterno
E questo sì che appaga il mio cuore
Adesso so finalmente chi sono
Non uno qualsiasi ma qualcuno e per sempre, per sempre, per sempre
Solo una grande certezza come questa mi consente di alzarmi dal letto la mattina.

sabato 30 novembre 2013

La salvezza del mondo

Se il mondo sapesse chiamare “Maria” sarebbe salvo.
A chi ancora crede, nel mondo, Io dico: La salvezza del mondo è in Maria.
Unico ponte che ricongiunge il cielo alla terra.
Maria è come la luna rispetto al sole.
Ne è illuminata e riflette su voi la luce che l’ha illuminata, ma addolcendola di quei mistici vapori che la rendono sopportabile alla limitata vostra natura.
Il demonio ha ancora più ribrezzo del nome di Maria che del mio Nome e della mia Croce;
l’eco soltanto del nome di Maria lo mette in fuga.
Se il mondo sapesse chiamare Maria, sarebbe salvo.
Quel nome è scudo e difesa contro tutte le insidie, quel nome è musica di Cielo, quel nome fa trasalire di gioia la Trinità.
Nessun mortale, per santo che sia, può comprendere cosa sia per tutto il Cielo Maria.
E’ la radice e l’Albero dei Viventi: il Padre l’ha creata, l’Amore l’ha fecondata, e dal suo midollo è venuta la linfa di Grazia che v'ha dato il Frutto che è la Grazia stessa.
Vero Albero di Vita, Ella tende i suoi rami, carichi del Frutto del suo Seno, perché voi ne mangiate.
Ella Genitrice universale, versa il suo latte di grazia sui suoi poveri figli peccatori, deboli, malati, paurosi, stanchi.
Giardino colmo di fiori e api d’oro!
Orto chiuso e fonte soave!
Se il Pane vero è Gesù, è ancor Maria Colei che ha della Parola fatto un Uomo per darlo agli uomini a redenzione e nutrimento.

Sapienza, Vita, Forza è questo Pane, ma è ancor Purezza, Grazia, Umiltà.
Perché se questo Pane è Gesù, questo pane è ancor Maria che ha fatto Gesù col fiore del suo corpo e col miele del suo Cuore. 
Pane che ricorda la Passione divina, Pane che ricorda il vero Corpo e il vero Sangue di Gesù Cristo.
S'è fatta fior di farina per vostro amore, per amor degli uomini, s'è immolata, s'è ridotta in polvere fra le mole dell’ubbidienza e del dolore, e l’amore l’ha consegnata alla macina in cui la Corredentrice è divenuta, da spiga, fior di frumento.
Vergine bella, umile, casta, paziente, amorosa, per volere di Dio Immacolata, per volere suo fedele alla Grazia, Dio decretò:  “Tu non morrai, non può morire Colei che ha dato alla terra la Vita”, ma anzi per aver dato il Frutto del tuo seno, per averlo dato onde fosse colto, preso, mangiato e spremuto, Pane, Vino, Sangue, Redentore, si apriranno i tuoi occhi e sarai come Dio avendo la conoscenza del Bene e del Male, per amare e insegnare ad amare, mirabile Maestra, il primo, e per combattere con le tue armi il secondo.
Se non fosse per le cure di Maria, per le preghiere di Maria, la razza umana non sarebbe più.
L’avrei cancellata perché veramente il vostro vivere ha toccato il profondo del Male e la Giustizia è ferita, e la Pazienza è colmata, e la punizione è pronta; ma c’è Maria che vi ripara con il suo manto, e se Io posso, con un volger di sguardo, far prostrare il Paradiso e tremare gli astri, non posso nulla contro mia Madre.
Sono il suo Dio, ma sono sempre il suo Bambino.

Su quel Cuore mi sono riposato nel primo sonno d’infante e nell’ultimo della morte, e di quel Cuore so tutti i segreti.
So, dunque, che punirvi sarebbe dare un trafiggente dolore alla Madre del genere umano, alla Madre vera, che sempre spera potervi condurre al Figlio suo.
Sono il suo Dio ma Ella è mia Madre ed Io perfetto in tutto, vi sono Maestro anche in questo: nell’amore per la Madre.
A chi ancora crede, nel mondo, Io dico: “La salvezza del mondo è in Maria”.

Maria Valtorta, Diari

sabato 23 novembre 2013

Segni dei tempi

"Gli uomini sono segnati dal peccato originale.
La vita è il tempo che abbiamo (solo quello!) per la nostra conversione, e per gli sposati il luogo della conversione è esattamente il loro rapporto.
Uomini e donne sono diversi, come è osservabile a occhio nudo.
Noi donne abbiamo un enorme potere: quello di indirizzare l’uomo, verso il bene, come Maria, o verso il male, come Eva.
“Dio affida l’umanità alla donna”, scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem. Questo talento educativo, che Dio ci ha dato per prenderci cura dell’essere umano, a volte tendiamo a usarlo per controllare, manipolare, formattare l’uomo.
Lui da parte sua tende a essere egoista o sfuggente, a tenersi sempre qualcosa per sé senza dare tutto, e per imporsi a volte usa la prepotenza, in certi casi estremi la violenza.
Se la donna lavora su di sé, la sua dolcezza e l’umiltà riescono a non mettere in moto il mister Hyde che spesso dorme nei maschi, e che è etologico, perfino zoologico.
La bontà della donna, in alcuni casi, tira fuori il meglio dell’uomo.
Se la cosa riesce è un salto di civiltà".

Ricordate Costanza Miriano ed il suo libro "Sposati e sii sottomessa"?
Ne avevamo parlato anche in questo blog, sottolineando il tentativo da parte dell'autrice di promuovere un nuovo femminismo.
Ebbene, con il titolo "Casate y sé sumisa" il libro è uscito recentemente anche in Spagna e quella parola contenuta nel titolo ha fatto andare su tutte le furie le donne spagnole, tanto che addirittura tre partiti politici, PP, PSOE e IU, cioè Izquierda Unida, ne hanno chiesto il ritiro dal mercato, e contro il libro sta dilagando una petizione che avrebbe superato rapidamente le sessantamila firme; come se non bastasse, il consiglio comunale di Granada avrebbe chiesto alla Procura di intervenire per vietarne la vendita, imputando all'autrice il reato di istigazione alla violenza sulle donne. Istigazione che ovviamente nel libro non è neppure vagamente adombrata.
Il capo di imputazione, l’unico, sarebbe l’uso della parola sottomessa, peraltro copiata da san Paolo.
L'autrice ha replicato sul suo blog, con vari post, e l'ultimo, di cui ho riportato uno stralcio all'inizio, lo trovate qua;
Il titolo è emblematico: "lassù qualcuno ci ama".

venerdì 8 novembre 2013

Torneremo nelle catacombe

Un po' di tempo fa, in questo post, mettevo in guardia contro il rischio di perdere di vista il necessario legame che deve sempre intercorrere tra libertà e verità, con particolare riferimento all'orientamento sessuale degli esseri umani.
Mi sembrava essenziale chiarire un concetto fondamentale in questo campo:
o la natura umana (e la conseguente dignità) ha un preciso contenuto oggettivo, o tutto diventa lecito, senza nessun punto di riferimento che ci possa più indicare cosa è bene e cosa è male.


Quello che sta accadendo in questi mesi sembra purtroppo confermare le mie più fosche preoccupazioni. Ne cito solo qualcuna. Nel nuovo continente l'Associazione degli psichiatri americani ha declassificato la pedofilia come forma di "orientamento" sessuale e non come malattia o devianza. Che a notificarlo sia l'Associazione degli psichiatri americani conferisce un timbro di ufficialità scientifica e culturale difficilmente opinabile. Con risvolti pratici che vanno al di là del lettino di un camice bianco.

Non una sola voce contraria, ma un coro unanime. Certezza assoluta.

Se per caso vi fosse uno psichiatra negazionista su tale materia, potrebbe essere radiato dalla professione per ignoranza e comportamento anti-scientifico.

In Europa avviene anche di peggio.

Recentemente è balzata agli onori della cronaca la bozza di risoluzione dell’europarlamentare Edite Estrela dal titolo “Salute e diritti sessuali e riproduttivi”; ebbene, questa bozza (trasmessa dal Parlamento europeo alla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) recepisce il documento “Standards for Sexuality Education in Europe” elaborato nel 2010 da 19 esperti – 16 donne e 3 uomini – e poi firmato dal Centro Federale per l’Educazione alla Salute, un organismo del governo tedesco, e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sezione europea (Oms).

Si tratta di alcune linee guida utili ai “politici, alle autorità educative e sanitarie e agli specialisti” del settore per impartire, come Europa comanda, l’educazione sessuale ai minori di 53 paesi dell’area europea e zone limitrofe.

Cosa dice questo documento?

Afferma che per i bimbi dagli 0 ai 4 anni sono tra l’altro previste informazioni sulla “masturbazione infantile precoce” e gli educatori devono anche metterli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel “gioco del dottore”»;

dai quattro ai sei anni si deve anche scoprire «l’amore verso persone dello stesso sesso»; a quelli tra sei e nove anni dovranno essere fornite informazioni sui «cambiamenti del corpo, mestruazioni ed eiaculazione», facendo conoscere loro «i diversi metodi contraccettivi»; a quelli tra nove e dodici anni dovranno essere comunicati i «rischi e le  conseguenze delle esperienze sessuali non protette»; agli adolescenti tra i dodici ed i quindici anni dovranno, invece, essere rivelati concetti quali «pianificazione familiare», «impatto della maternità in giovane età», «presa di decisioni», «gravidanze anche in relazioni omosessuali», «prostituzione e pornografia», e soprattutto si dovrà avvertirli di stare in guardia «dall’influenza della religione sulle decisioni riguardanti la sessualità».

E in Italia cosa succede?

Succede, per esempio, che colpito dagli strali dell’ideologia gender, l’Istituto Faà di Bruno, scuola cattolica di Torino, ha dovuto piegarsi all’intimazione delle associazioni gay ed a quelle di tre consiglieri comunali, che hanno minacciato di interrompere la convenzione stipulata con il Comune se non fosse stata annullata la conferenza “sulla bellezza della famiglia tradizionale”, subendo un atto di vera e propria censura preventiva da parte delle lobby gay; ed a sostenere tale opinione non è un esponente del mondo cattolico, più o meno tradizionalista, che timidamente ha difeso la legittimità dell’istituzione scolastica di assicurare la libertà d’espressione, ma Silvio Viale, presidente dei Radicali italiani: “Al posto della Faà di Bruno non avrei ceduto ed ha ragione l’Arcidiocesi a parlare di censura”, scrive.


  Siete pronti a ritornare nelle catacombe???

domenica 3 novembre 2013

Non è più tempo

Certi giorni sappiamo essere felici inconsciamente, quasi ingenuamente verrebbe da dire; ma noi non siamo di quelli che si aspettano il successo dagli avvenimenti, come una ricetta, e non si tratta di grande sacrificio, perché sappiamo bene che il successo non basta a rendere felici.
Bisognerà, un giorno o l'altro, desiderare la conversione che dobbiamo vivere più fortemente di ogni altro; o la decisione di distaccarci, di liberarci dal peso di noi stessi, da questa esigenza sempre frustrata che cerca ovunque un appiglio vano, e desiderare di essere felici di ogni invenzione della vita per quanto riguarda la nostra esistenza, fino alle pesanti fecondità della sofferenza.
La vita soprannaturale fiorirà  se l'accetteremo per se stessa: la disperazione è il peccato più grave perché è il rifiuto di trarre profitto dalle apparenti infecondità dell'insuccesso.
Scopriremo poco a poco le sfere più riposte dell'amore.
Non si tratta soltanto della giovinezza ritrovata in una nuova infanzia, quell'atmosfera così distante dagli adulti e dalle loro cattive abitudini.
C'è la ferita della solitudine.
E' necessario che ci siano dei giorni in cui gioiremo e sorrideremo con tutta la freschezza intatta della nostra giovinezza.
E poi, ce ne saranno altri di più mesti, nei quali ci sentiremo molto avanti nella vita.
E allora non sarà più tempo di giocare ai ragazzi.
L'amore umano insegna molte cose riguardo alle vie dell'amore divino.
 
Emmanuel Mounier, lettere del 1931/34

lunedì 28 ottobre 2013

il senso del pudore

Qualche settimana fa ha debuttato il colossal teatrale e musicale «Romeo & Giulietta: Ama e cambia il mondo», prodotto da David Zard (il massimo produttore musicale italiano) con esordio all’Arena di Verona e poi in giro per i maggiori teatri.
L'evento ha avuto grande rilievo pubblicitario nei maggiori media nazionali: giornali, telegiornali e radio.
Maria Luce Gamboni è la bella cantante diciottenne che aveva avuto la fortuna di essere scelta per la parte di Giulietta
Avrebbe avuto una carriera assicurata, una visibilità a tutto campo, soldi, forse Sanremo e chissà cos’altro, ma, a pochi giorni dal debutto, la ragazza ha salutato tutti e se ne è tornata a casa, a Pesaro, dove frequenta l’ultimo anno di liceo e il conservatorio.
Come mai il gran rifiuto all’ultimo momento?
Intervistata sul «Resto del Carlino» del 23 ottobre, ha spiegato che cantare è una cosa, fare lo strip un’altra.
Infatti, nella scena d’amore con Romeo avrebbe dovuto indossare solo una camicia da notte trasparente. Così trasparente che si sarebbe dovuto vedere bene che sotto non portava niente.
La protagonista mancata ha chiesto alla regia di potere almeno mettersi le mutande e il reggiseno. Ma la risposta è stata perentoria: o nuda o chiamiamo qualcun altro.
E lei ha detto: chiamate qualcun altro, «perché al denaro e al mio sogno ho preferito il mio pudore».
Maria Luce fa volontariato all’ospedale pesarese e frequenta da sempre la parrocchia. Ha detto chiaro e tondo che «accettare quel costume di scena voleva dire negare i princìpi in cui credo, fortemente radicati nella mia coscienza di cattolica e di donna. In generale poi non condivido la consuetudine ormai diffusa ovunque e comunque della donna assimilata ad un corpo nudo».
In effetti, a ben pensarci, se uno deve cantare, perché deve farlo chiappe al vento? Per esigenze di spettacolo? Ma non era un musical? O per esigenze del regista? Del pubblico non crediamo, dal momento che il pubblico può trovare di più e di meglio su internet. E poi, quelli delle ultime file, devono armarsi di binocolo infrarosso a scansione elettronica?
Ed ecco la grande lezione che la diciottenne Maria Luce dà alle sue coetanee: «Ritengo importante aver verificato che non scendere a compromessi è possibile e dà una grande soddisfazione. Non bisogna avere paura di far prevalere le proprie idee, di ragionare sempre con la propria testa e mai farsi trascinare. Insomma di saper rinunciare a delle opportunità, se si capisce che una esperienza non è adatta, giusta per se stessi».

fonte: la nuova bussola quotidiana



domenica 20 ottobre 2013

Salvata da una lacrima

La storia di Angèle, 57 anni, operaia, inizia il 13 luglio 2009.
Comincia a sentire una forte emicrania. Si reca all’ospedale di Strasburgo, ne discute con i medici che «non capiscono nulla».
Non si sente bene, inizia a parlare con difficoltà, fatica a respirare, perde conoscenza.
Una diagnosi sciagurata porta i dottori a decidere di intubarla e lasciarla cadere in coma farmacologico dal quale, apparentemente, Angèle non si risveglierà mai più.
La donna è ormai un vegetale, per la disperazione dei parenti, il marito Ray e la figlia Cathy, già madre di due bambine.

Ma questo è solo ciò che si vede.
In realtà, Angèle sente tutto, sebbene – come racconta oggi – non riesca a vedere nulla.
Intorno a lei è solo nero. È solo buio.
Raccontando quei giorni, in cui attorno al suo capezzale si riuniscono i cari e i medici, scrive: «Devo sentire tutto per capire cosa succede». Capisce di essere attaccata a una macchina, intuisce di essere alimentata da un sondino.
Soprattutto comprende che i medici la danno per spacciata.

Dopo tre giorni di coma in cui il suo corpo subisce continui peggioramenti, il 17 luglio un medico – che lei ironicamente soprannomina “dottor Sensibilità” – consiglia al marito di prenotarle un posto al camposanto e di iniziare a contattare le pompe funebri. È meglio intendersi per tempo sulle misure della bara.
Angèla sente tutto. Cerca di urlare, ma la sua è una voce muta.
Si accorge che il marito le tiene la mano, ma non ha forza per fare alcun cenno.
Si accorge e prova dolore quando i dottori le pinzano un seno, ma non può farlo intendere a chi “sta fuori”.
Dirà poi: «Quello che provo non corrisponde a ciò che trasmetto».
I medici si fanno sempre più insistenti col marito. Ormai la situazione è disperata, “occorre staccare la spina”. Un consiglio cui Ray si oppone («non accetteremo mai»), mentre Angèle recita il Padre Nostro.
Il 25 luglio, anniversario del suo matrimonio, entra nella sua stanza Cathy che le rivela di aspettare il terzo figlio e che desidererebbe tanto che la nonna potesse almeno vederlo.
È a quel punto che accade l’inaspettato.
Dagli occhi di Angèle sgorga una lacrima.
Una sola lacrima che consente alla figlia di avvertire i dottori. Poi il movimento di un mignolo. In quel corpo imbalsamato c’è vita.
Da quel momento, Angèle “rinasce”.
Studi più approfonditi su quel corpo, che fino a pochi istanti prima appariva solo come un cadavere, rivelano che soffre della sindrome di Bickerstaff. La rieducazione, il periodo che la porta fino alla completa guarigione, è lungo e faticoso.

Il marito la assiste con costanza, annotando su un quaderno i progressi. Intanto lei impara lentamente a far comprendere i suoi sentimenti; una pallina regalatale dal coniuge l’aiuta a riacquistare la mobilità degli arti.
Il 14 agosto, per la prima volta, esce dal letto.
Lenti progressi le consentono di diventare sempre più indipendente dai macchinari: reimpara a parlare, a deglutire, a relazionarsi con gli altri.
Il 30 gennaio 2010 è a casa.
Il 20 marzo, primo giorno di primavera, esce all’aria aperta.

Oggi, grazie all’aiuto del giornalista Hervé de Chalendar, ha raccontato la sua storia che può essere letta anche nel volume di fresca pubblicazione Una lacrima mi ha salvato (San Paolo, 168 pagine, 14,90 euro).

Un libro nel quale Angèle, parlando della sua «piccola esperienza», mette in guardia coloro che spesso troppo frettolosamente vedono in certi malati solo “vegetali” e non “esseri umani”: «Una persona può essere perfettamente cosciente anche se all’apparenza sembra in coma irreversibile».
La sua vicenda le ha insegnato che «bisogna saper superare le proprie sofferenze e avere fiducia nella vita. Se oggi mi sento più fragile del solito, domani posso avere la fede di riuscire a superare le montagne».
Ha solo un rimpianto: non avere potuto trattenere “quella” lacrima: «Avrei voluto poterla tenere per sempre, conservarla in una scatola come un gioiello e poterla ammirare di tanto in tanto».

             fonte: Tempi.it

lunedì 14 ottobre 2013

Il cuore della donna

"Credo che in amore si soffra quando si dimentica che “C’è un paradosso nell’esperienza dell’amore: due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare”. (R.M:Rilke) “Solo nell’orizzonte di un amore più grande è possibile non consumarsi nella pretesa reciproca e non rassegnarsi, ma camminare insieme verso un Destino di cui l’altro è segno”. (C:S:Lewis)".
Così comincia l'intervento che Costanza Miriano, giornalista e scrittrice ormai di successo, ha fatto al seminario per i 25 anni della Mulieris Dignitatem, organizzato dal Pontificio Consiglio per i laici.
Ve ne propongo alcuni stralci perché è veramente bello; la versione integrale la trovate qui.
 
"Quando lessi la prima volta la Mulieris Dignitatem credo proprio che non ne capii praticamente nulla, nella sostanza: avevo diciassette anni, e idee tutte strampalate su come dovessero essere maschi e femmine, sul matrimonio, su una malintesa parità tra i sessi. Mi sembravano belle parole, ma destinate a rimanere su carta.
Dieci anni dopo l’enciclica mi sono sposata, e i successivi quindici li ho passati praticamente a cercare di comprenderla. Piano piano, con il tempo, le parole del Santo Padre si stanno traducendo in carne, si sono incarnate nella storia della nostra coppia, hanno dato un nome a ciò che vivevo e anche in parte soffrivo.
 
Uomo e donna sono due povertà che si incontrano e si donano. Quella che Lewis chiama pretesa reciproca è destinata a rimanere delusa a causa del nostro peccato, e a causa delle differenze tra l’uomo e la donna.
Avere un’identità adulta a mio parere significa proprio accogliere questa verità: cioè che l’altro non potrà mai colmare tutte le attese, anche involontarie, o le pretese che noi riversiamo sulla persona che ci è a fianco.
Avere un orizzonte più grande significa invece che le piccole mancanze e delusioni reciproche le possiamo vivere non come crepacci nei quali cercare di non cadere, né tanto meno come rivendicazioni, ma come “giogo soave”, un peso leggero che serve alla propria conversione, che è poi il fine della vita qui sulla terra.
 
Ogni attesa disattesa – perché l’amore non è quell’unione simbiotica spontanea, gratuita, facile, che prende il nome di amore, almeno nella cultura occidentale dal romanticismo in poi – ogni attesa disattesa, dicevo, dunque non è che lo scartavetramento della vita sul nostro ego, su quella parte di noi che è ferita dal peccato originale e che quindi non funziona, non ci permette di entrare in un rapporto vero e personale con Dio. Ogni uomo e ogni donna sono chiamati a essere sposi prima di tutto del Signore, sia che siano consacrati, e allora è direttamente lui lo sposo, sia che siano invece sposati, e quindi l’altro diventa la via privilegiata per amare e ricevere amore da Dio, che rimane sempre però il nostro sposo. Quello che guarisce i rapporti è ricordare che se il fine oggettivo del matrimonio è quello di generare figli, quello soggettivo è generare se stessi, quindi, poiché esattamente come per le persone consacrate, è il rapporto con Dio che ci definisce, lo sposo è la via per realizzare questa unione con Dio. Amando lo sposo, la sposa, si ama Dio, e questo ci permette innanzitutto di uscire dalla logica “del ragioniere” che sembra prevalere in tante coppie. E poi, ad un livello molto più profondo, l’uomo maschio e  femmina è a immagine di Dio, quindi necessariamente il rapporto con l’altro ci dice qualcosa di decisivo su noi stessi.
L’altro dunque, così diverso, che così spesso ci fa arrabbiare, venire i nervi, ci delude, ci ferisce, non è sbagliato, ma è semplicemente il “segnaposto del totalmente Altro”, come lo definisce il cardinal Scola, e ci costringe a una domanda sul senso, ci costringe alla conversione. Ci porta a una forma di amore preterintenzionale direi, che parte cioè dalla rinuncia a tutto o a molto di quanto si era atteso o proiettato sull’altro. Si abbraccia quasi la morte dell’amore come lo si era immaginato, e si accetta di perdere. Si ama non più con lo slancio dell’emozione ma con l’amore di un monaco che scolpisce una minuscola scultura sotto la volta di una cattedrale, qualcosa di piccolo e prezioso che non vedrà quasi nessuno, solo coloro che avranno la pazienza di alzare lo sguardo. Preparare un pasto o accogliere le critiche, accettare cambi di programma, silenzi quando si vorrebbe parlare e parole quando si vorrebbe dormire, allegria quando si vorrebbe piangere e riposo quando si vorrebbe proporre.
 Nella fedeltà al matrimonio partecipiamo dunque anche noi come parte della Chiesa a un’opera che ci trascende, il regno dei cieli, anche se a noi è stata affidata solo quella piccola scultura là in alto, che nessuno guarderà".
 
 

sabato 5 ottobre 2013

Pecore e pastori

Qualche giorno fa un autorevole scrittore cattolico,  Massimo Introvigne, ha scritto, qui, un articolo nel quale mette in guardia dai rischi in cui può cadere lo stile pastorale e comunicativo di papa Bergoglio;
rischi legati ad un tipo di comunicazione che "pattina sul ghiaccio sottile, per non parlare della possibilità che aprendosi troppo a chi sta fuori della Chiesa si mettano a disagio molti che stanno dentro. Papa Francesco probabilmente conosce la battuta del suo predecessore san Pio X (1835-1914) secondo cui, quando si aprono le porte della chiesa per fare entrare chi sta fuori, bisogna sempre preoccuparsi che non escano coloro, pochi o tanti, che sono già dentro".
"Se pure la conosce, Francesco ha deciso di correre il rischio", aggiunge Introvigne, "lo ha ripetuto al congresso dei catechisti venerdì 27 settembre.
Se la Chiesa non «esce» incontro a chi non la frequenta corre meno il rischio d’incidenti.
Se invece la Chiesa «esce per le strade, nelle periferie, può succedergli quello che succede a qualche persona che va per la strada: un incidente. Tante volte abbiamo visto incidenti stradali.
Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, e non una Chiesa ammalata». Malata a causa dell’aria viziata di chi rimane chiuso nelle sue stanze e rinuncia ad uscire."
Leggendo queste parole a me è venuto in mente quanto scrisse Luca qualche millennio fa: 
"In quel tempo si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».  Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?  Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento,  va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Lc. 15, 1-7).
Personalmente, l'unico rischio che vedo oggi è quello di rimanere all'interno del recinto a pettinare la sola pecora rimasta, mentre le altre 99 vagano disperse e disorientate per il mondo.



 

lunedì 30 settembre 2013

Antidepressivi

1. Andando e tornando dal lavoro fare sempre una strada diversa dalla precedente;
2. Approfittare della pausa pranzo per fare lunghe passeggiate attraverso la periferia della città;
3. Fermarsi qualche minuto a guardare i bambini che giocano nel giardino dell'asilo;
4. Prendere il gelato allo zabaglione e biscotto della nonna nella gelateria di Piazzetta Santo Spirito;
5. Ascoltare "Paris" dei Supertramp;
6. Guardare un film con Emma Thompson;
7. Ascoltare la signora di colore seduta sul marciapiede che ogni mattina risponde "grazie" al mio "buongiorno", nonostante non le abbia dato neanche una moneta;
8. Andare a correre sulle colline e scoprire un sentiero che non avevo mai fatto prima;
9. Incontrare una persona che non vedi da 20 anni che ti dice che non sei cambiato affatto;
10. Continuare a leggere le vignette dei Peanuts, e divertirti ancora malgrado le conosci ormai a memoria;
11. Mangiare gli spaghetti al pomodoro fresco come li fanno alla "BellaNapoli" di via Marconi;
12. Ripetere almeno tre volte al giorno, per almeno dieci anni, la seguente frase: "il peggio è passato"!!!


martedì 10 settembre 2013

Siamo nati e non moriremo più

«Il Signore ha sempre qualcosa di diverso per noi. Non tutto va come noi pensiamo. Avevo visto con la dottoressa, attraverso l'ecografia, che la scatola cranica della nostra bambina non si era formata. Anche se lei si muoveva perfettamente, per lei non c'erano possibilità. Io non me la sentivo proprio di andare contro di lei, mi sentivo di sostenerla come potevo, e non di sostituirmi alla sua vita. Ora non sapevo come dirlo a mio marito. Ho passato una notte terribile, e ho detto: «Signore, mi vuoi donare questa cosa, ma perché non me lo hai fatto scoprire insieme a mio marito? Perché mi chiedi di dirglielo?». E ancora: «A quel punto ho pensato alla Madonna, che anche a lei il Signore aveva donato un figlio e gli aveva chiesto di annunciarlo a suo marito. Anche a lei il Signore aveva donato un figlio che non era per lei, che sarebbe morto e lei avrebbe dovuto vedere morire sotto la croce. Questa cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che forse non potevo pretendere di capire tutto e subito, e forse il Signore aveva un progetto che io non riuscivo a comprendere. Ma già avviene il primo miracolo: il momento in cui lo dico a Enrico è stato un momento indimenticabile. Mi ha abbracciato e mi ha detto: «E' nostra figlia e la terremo così com'è». Nonostante tutto è stata una gravidanza stupenda, in cui abbiamo potuto apprezzare ogni singolo giorno, ogni piccolo calcio di Maria è stato un dono. Il figlio dona la vita alla madre... Il parto è stato naturale, veloce e indolore. Il momento in cui l'ho vista è un momento che non dimenticherò mai. Ho capito che eravamo legati per la vita. L'abbiamo battezzata, ed è stato il dono più grande che il Signore potesse farci».




“Siamo nati e non moriremo mai più” è il libro, edito da Porziuncola, che racconta la storia di Chiara Corbella Petrillo. Una storia davvero incredibile che nell’arco di poche settimane ha conquistato migliaia di lettori.
Davanti alla fede gigantesca di questa giovane coppia la mia mi è apparsa improvvisamente minuscola. Chiara si sposa con Enrico nel 2008 e rimane subito incinta di Maria; alla bimba però viene diagnosticata un’anencefalia.
Senza alcun tentennamento il papà e la mamma l’hanno accolta e accompagnata prima nella nascita terrena e poi, dopo 30 minuti, alla nascita al cielo. Qualche mese dopo, ecco un’altra gravidanza, ma anche in questo caso l’ecografia non è per niente rassicurante. Il bimbo, questa volta un maschietto, appare privo di gambe. Senza paura e con il sorriso sulle labbra la giovane coppia sceglie di portare a termine la gravidanza. Purtroppo, però, verso il settimo mese, l’ecografia evidenzia delle ulteriori malformazioni viscerali incompatibili con la vita. Anche in questo caso i due coniugi hanno voluto accompagnare il piccolo Davide fino al giorno della sua nascita in cielo avvenuta (anche in questo caso) poco dopo la nascita terrena.
Dopo queste due croci ecco finalmente arrivare un bambino sano: Francesco. Molti avrebbero, comprensibilmente, desistito dal riprovarci, ma Chiara ed Enrico anche questa volta non tentennano neanche un po’.
Mentre le ecografie confermano la salute del bimbo, però, al quinto mese ecco apparire improvvisa ed inaspettata una nuova croce:
a Chiara viene diagnosticata una brutta lesione alla lingua e, fatto un primo intervento, i medici le dicono che si tratta di un carcinoma.
Nonostante questo, Chiara decide di difendere questa vita a tutti i costi, portando avanti la gravidanza e, solo dopo il parto, sottoporsi ad interventi di chemioterapia.
Affronta anche questa prova con il sorriso sulle labbra, unito ad un sereno ed umanamente incomprensibile affidamento alla Provvidenza, accettando la volontà di Colui che non fa nulla per caso.
Chiara è volata in cielo il 13 giugno 2012, aveva 28 anni.
Ebbene, davanti ad una storia del genere a me umanamente verrebbe di incazzarmi di brutto con il Padreterno e loro invece che fanno?
Cantano!
Durante il funerale tutti, Enrico compreso, cantano rendendo lode al Signore!
Perché, come diceva spesso Chiara, “Siamo nati e non moriremo mai più”.





venerdì 6 settembre 2013

Nuovi giorni

Ed anche il trasloco della casa è finito.
E' stato impegnativo, molto impegnativo; ma ormai è fatto, a parte i libri negli scatoloni che devono essere ancora tirati fuori.
Nuova casa, nuova vita, diceva qualcuno.
Io con ogni probabilità continuerò a fare più o meno le stesse cose di prima, affacciandomi però da finestre diverse e contemplando panorami diversi.
In fondo la vita è un po' questo: continuare a fare più o meno sempre le stesse cose mentre il mondo attorno a te cambia senza che neanche ce ne rendiamo conto.
Che altro dire di questa estate?
Ci sono stati tanti arrivederci e qualche addio.
Sono diventato più responsabile (stento a crederlo anch'io) e quasi più docile e paziente con me stesso, tanto da riuscire a pubblicare anche una foto che mi ritrae "al naturale" mentre cerco di raggiungere il Rosa dalla val Sesia (è l'unica foto appena sopportabile).
Siate indulgenti perciò e non infierite troppo: io non me la prenderò in ogni caso, ricordando la pazienza che avete sempre avuto con me, sopportando i miei silenzi e ancor più le mie parole, spesso insopportabili. 



Ho cercato una canzone che si adattasse a questo post: pensavo a "Nuovi giorni" di Fortis, che mi è sempre piaciuta molto, ma non ne ho trovato una versione decente. Ho scelto allora questa, che centra forse di più perchè la nuova casa si trova accanto al duomo e quando ci ho messo piede per la prima volta venivo proprio da Milano.
Buon ascolto e bentrovati

domenica 28 luglio 2013

se ne vanno sempre i migliori

Come vi ho già raccontato, la passione per la musica è cominciata molto presto nella mia vita.
Ero ancora un ragazzo quando un amico mi registrò un pezzo di J.J. Cale: si trattava di Mississipi river.
Da quel giorno è nato un feeling molto speciale tra me e J.J., forse per via del suo stile inconfondibile, così diverso dalle rockstar americane che sembravano voler incendiare il mondo.
Il suo modo di fare musica era discreto ed appena sussurrato, e si basava sull'attenzione ai dettagli più che al volume della chitarra.
Personaggio schivo e non amante dei riflettori, proveniva dalla provincia americana, fatta di vaste distese di campi e buona birra ghiacciata; forse anche per questo mi è piaciuto subito: eravamo entrambi uomini di provincia, e di campagna.
Adesso che se n'è andato gli esperti dicono che "è stato uno dei piu` influenti musicisti degli anni '70, ed anche uno dei meno noti: conio` uno stile "laid back" con una serie di soffici ballate d'atmosfera, cantate in un sussurro ipnotico, e accompagnate in modo pigro e languido dalla chitarra, suonata con un picking a meta` strada fra country, blues e rock and roll, con occasionali accenni di funk e jazz.
Quello stile divenne la quintessenza del "mainstream" degli anni '70 (per esempio, Eric Clapton e i Dire Straits)".
Io che non sono un esperto, dico che ho perso un compagno di viaggio che da circa 30 anni mi accompagnava sulle strade del mondo, e spero tanto di poter ascoltare ancora qualche nota della sua inconfondibile chitarra sulla strada sconosciuta e misteriosa che ancora mi aspetta. 



domenica 21 luglio 2013

Conchiglie sulle montagne

In un freddo giorno di marzo del 1659, un giovanotto magro con la faccia pallida e gli occhi scuri uscì di casa e guardò il cielo.
Aveva sempre impressionato i suoi contemporanei con la sua grande capacità di osservazione, e quel giorno cominciò a guardare i primi fiocchi di neve che scendevano dal cielo.
Rimase ad osservarli mentre ondeggiavano sospinti dal vento, esaminando ogni minuscolo cristallo che si posava sulla manica della sua giacca.
Estrasse un pezzo di carta dalla tasca e cominciò a disegnare la loro forma.
"Belle sono le cose che si vedono, ancor più belle quelle che si conoscono, bellissime quelle che si ignorano", sarebbe stata una delle sue celebri frasi.
Da illustre anatomista, aveva già sbalordito la comunità scientifica dimostrando che il cuore è un muscolo e non la fonte del calore, ma il successo più significativo lo ottenne scrivendo un libricino di settantotto pagine nel quale tracciò i principi fondanti la ricerca geologica.
Risolse un enigma che aveva attanagliato gli uomini per secoli: perché si trovano conchiglie sulle montagne? Dimostrò che la terra ha una storia, raccontata dalle rocce. Considerato tra i maggiori scienziati degli ultimi secoli, al pari di Galileo, Keplero, Pascal e Newton, a lui è attribuita la nascita della paleontologia, della stratigrafia e della cristallografia.
Morì in Germania il 25 novembre del 1686, povero e quasi dimenticato, dopo essersi convertito al cattolicesimo ed essere diventato sacerdote.
Nato e cresciuto in una famiglia luterana, raccontò agli amici che la sua conversione fu stimolata da un evento casuale, mentre percorreva una strada di Firenze il giorno di Ognissanti del 1667: "ascoltai una donna che mi chiamava dalla finestra dicendomi 'Signore, non procedete oltre su quel lato, andate sull'altro'; mi stava indicando la casa di un amico sul lato opposto della strada. Ma quella voce mi colpì, perché in quel momento stavo meditando proprio sulla mia conversione".
Oggi i suoi resti mortali sono deposti nella chiesa di San Lorenzo a Firenze: i pellegrini lo venerano come un santo, ma la maggioranza dei turisti che affollano la città non l'ha mai sentito nominare.
Quel giovanotto che in una fredda giornata di marzo osservava i cristalli di neve era uno studente dell'Università di Copenaghen: si chiamava Niels Stensen, anche se la tradizione accademica aveva latinizzato il suo nome in Nicolai Stenonis.

venerdì 12 luglio 2013

come gli aquiloni


I figli sono come gli aquiloni,

passi la vita a cercare di farli alzare da terra.

Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni, essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.
Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri
che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne.
E a ogni metro di corda
che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia
e di tristezza insieme.
Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come è giusto che sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.

Erma Bombeck

  (dal blog: lasignorainrosso.blogspot.it)

venerdì 5 luglio 2013

voce di un altro mondo

Qualche giorno fa, mentre tornavo a casa da lavoro, la mia attenzione è stata catturata da un cartellone pubblicitario relativo ad un concerto che si terrà il prossimo 2 settembre all'Arena di Verona.
Da quanto ho capito, nel concerto si esibiranno insieme, ma anche singolarmente presumo, un noto cantautore italiano, Franco Battiato, ed il gruppo americano Antony and the johnsons.
Mi sono domandato allora chi diavolo fossero questi Antony and the johnsons e, dopo una breve indagine, ho scoperto che avevano partecipato addirittura all'ultimo festival di Sanremo in qualità di ospiti stranieri.
Prima o poi dovrò ascoltare qualcosa di questo gruppo, ho detto a me stesso, appena riavutomi dallo shock che mi causa sempre scoprire una falla nella mia cultura musicale (sentivo già qualcuno rimproverarmi: "proprio tu non sai chi sono gli Antony and the johnsons?).
 Alla prima occasione, perciò, ho dovuto tappare la falla, prima che diventasse una voragine...
E quale meraviglia ho provato ascoltando la voce di quest'uomo che risponde al nome di Antony Hegarty, l'anima del gruppo.
Antony è un artista unico, come la sua voce struggente e malinconica, espressione di una personalità musicale profondissima e indefinibile, capace di far entrare l’ascoltatore nella sua sfera più intima e umana, con una naturalezza commovente, che va ben al di la del mero timbro vocale, per quanto eccezionale.
Quest'omone di quasi due metri, dalla corporatura abbondante e generosa, possiede la grazia e lo sguardo di un bambino che si affaccia per la prima volta nel mondo.
La sua voce profonda e fragile spalanca orizzonti che non appartengono a questa terra e chissà da dove arrivano.
Per me è stata una autentica folgorazione e ci tenevo a farvi ascoltare uno dei suoi brani più belli: "cut the word", che insieme all'indimenticabile cover "crazy in love", mi ha più affascinato.
Buon ascolto



domenica 30 giugno 2013

il grande narratore

Il mondo ha bisogno di narratori.
Non di scrittori: di narratori.
Non di racconti, ma di narrazioni.
Il racconto è il prodotto di un soggetto, la narrazione invece è qualcosa che esiste nel mondo, un grande fiume che raccoglie tutto quello che ci fa vivere o che ci uccide, la pena, il dolore ma anche la felicità improvvisa, o anche quello che i sociologi bugiardi chiamano "disagio", che non è altro che il grido che erompe dal cuore di chi sta dentro una baracca e non sa come dar da mangiare ai suoi figli, ma anche dal cuore di un ricco prigioniero della sua casa da sogno, della sua indifferenza al modo in cui impiegherà il proprio tempo: lavorare, dormire, fare del bene, non farlo...
E i narratori sono coloro che camminando sulla lastra di cemento - ossia di silenzio - che ci separa sempre dalla verità dei fatti, si soffermano là dove sentono che la lastra è più sottile, e praticano, con cautela ma anche con decisione, dei piccoli buchi, poi in quei buchi infilano una mano, poi un braccio, poi ci s'infilano tutti, e scendono giù, armati di una piccola luce (perché l'ingegno è quello che è, e anche l'uomo più intelligente è comunque un babbeo di fronte al Vero), e cominciano a esplorare, ben sapendo che quello che vedranno è sempre solo una piccola parte di quello che c'è.
Da cosa si riconosce un vero narratore?
Non dalle opinioni dello stesso, non dalla lunghezza dei suoi libri, non dalla sua capacità di dipingere grandi affreschi, insomma non dalla capacità di dominio della pagina, ma solo dalla sua capacità di lasciar entrare dentro la pagina qualcosa che non coincide con lui, con il suo pensiero, con la sua abilità tecnica, con le sue tematiche. Penetrare nella grande narrazione del mondo, stando al cospetto del Vero, significa lasciar entrare Dio nelle proprie pagine.
Creda o non creda, professi o non professi, un vero grande narratore parla di Dio.

Luca Doninelli; introduzione a "I più non ritornano" di Eugenio Corti; edizioni Ares, Milano, 2013.

martedì 25 giugno 2013

realtà invisibili

"...vorrei vedere tua sorella felice come lo sei tu..."

Solo l'amore riesce a svelare realtà ancora invisibili...


giovedì 13 giugno 2013

questa è l'acqua

"Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”
I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

«Questa è l’acqua», è l’insolito e bellissimo discorso che lo scrittore David Foster Wallace, autore del best seller mondiale "Infinite Gest",  pronunciò nel 2005 di fronte ai laureati del Kenyon College.
Recentemente ne è stato tratto un film "corto" di nove minuti che sta spopolando in rete; mi sembra interessante proporvi qui alcuni stralci di quel discorso.

"Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare"

"Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.
Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”
 
"Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”.
Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.
Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo".

"La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

"Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito". 

venerdì 7 giugno 2013

um samba sobre o infinito

Qualcuno mi ha detto che questo blog è velato di malinconia.
E' vero.
Questo blog è intriso di malinconia.
E tuttavia quanta gioia c'è in questa malinconia.
C'è tanta di quella gioia da inondare tutta una valle, verde.
La stessa gioia che trasmette un samba malinconico e struggente.
Come la canzone che segue e che avevo già segnalato in passato:
ma è talmente bella che mi vengono i brividi.
Il fatto è che il mio cuore esprime pienamente tutti i paradossi della natura decaduta.
Il mio nome è segno di contraddizione.
E nella mia anima convivono oceani di gioia ed abissi di solitudine.
Squarci di felicità sorprendente e spine nella carne perennamente sanguinanti.
E' la vita. E va bene così
perchè il tempo è dalla nostra parte e niente si perde
neanche una lacrima
e adesso "silenzio per favore"
parte la musica...




mercoledì 29 maggio 2013

una ferita che sanguina

Quando una persona decide di congedarsi dalla vita, nel cuore del mondo si apre una ferita che sanguina.
Ti ho incontrata una sola volta e non sono più riuscito a dimenticare l'espressione del tuo viso gentile:
gentile e dolce, gentile e triste.
Quel giorno avrei voluto conoscerti meglio e magari dirti tante cose, ma non sono riuscito a dire quasi niente: solo stupide frasi di circostanza.
Adesso tutti si chiedono perchè l'hai fatto; i parenti, gli amici, i colleghi, i tuoi amati pazienti si domandano come hanno potuto non cogliere mai un segnale di malessere nei tuoi occhi, anche solo uno sguardo che rivelasse il dolore che portavi in fondo al cuore.
Anch'io mi sento terribilmente in colpa per l'involontaria indifferenza con cui ti ho trattata quel giorno.
Vorrei tornare indietro adesso; Dio come lo vorrei.
Non sai quanto vorrei essere stato là un attimo prima che succedesse.
Ma non posso e la mia croce adesso è accettare che sono incapace di aiutare le persone che Dio mi mette davanti: sono solo uno strumento inutile.
Si, è vero; ti avevo incontrata una sola volta e, in fondo, non ti conoscevo.
Allora perchè sento nel mio corpo questa ferita che sanguina!!!
E' che talvolta ci facciamo belli pronunciando parole profonde e ricercate senza sapere neanche bene cosa significano; ci riempiamo la bocca ripetendo fino allo sfinimento che siamo tutti parte dello stesso corpo, ma compendiamo davvero cosa vuol dire soltanto quando ci staccano un pezzo di carne dal cuore e la ferita comincia a sanguinare.
Solo allora cominciamo a capire qualcosa.
Io non ti conoscevo, è vero, ma nel momento esatto in cui ho saputo che non c'eri più ho sentito un pezzo del cuore staccarsi e sanguinare.
Siamo realmente tutti parte di uno stesso corpo, come rami intrecciati nel cuore della terra.
E quando un ramo si stacca tutto il corpo soffre e il dolore che proviamo può essere atroce.








venerdì 24 maggio 2013

Identita'

Quando ci si imbatte in un post bello come questo non si può non condividerlo e io lo faccio volentieri; avrei potuto scriverlo io identico, a parte la fede calcistica ovviamente.

"Io sono nata cristiana. Mi hanno battezzata, mandata (senza insistere) al catechismo. Religione a scuola obbligatoria.
Io però non sono cristiana perchè sono nata cristiana.  Entrata nell'adolescenza ho iniziato a fare ciò che ogni adulto fa, o dovrebbe fare, cioè a valutare criticamente. Siccome chi mi aveva fatto cristiana non traeva dal cristianesimo nulla di rilevante per la propria esistenza, ho deciso che fosse evidentemente superfluo, e sono andata a cercare qualcos'altro di interessante.
Non c'era molto.
Mi pareva che tutti gli adulti che vedevo andassero dove li portava il cuore, che non era evidentemente dotato di GPS. Vagavano.
Poi però ho trovato delle persone interessanti. Non vagavano, camminavano. Costruivano.
Erano cristiani, e per loro sono diventata cristiana. Per essere capace di camminare e costruire. Non semplicemente perchè ero nata.
Sono nata anche del Toro. Per motivi di soppravvivenza, perchè se avessi provato a tifare juventus mio padre, che in fatto di pedagogia aveva poche regole ma chiare*, mi avrebbe affogato nella vasca da bagno.  Cresciuta, ho riflettuto sulle ragioni eco-etico-socio-culturali della fede calcistica paterna, trovandole degne di rispetto, ma non particolarmente cogenti per la mia vita personale. Quindi non faccio il tifo per nessuna squadra, riservando una distratta simpatia al Toro, e poichè mi ricordano frequentemente la sua esistenza, alla Fiorentina.
Non riesco semplicemente a capire come si possa essere di una "cosaqualsiasi" solo perchè ci si è nati. Capisco che nascendoci abbia sempre una certa precedenza rispetto all'idea contraria o diversa, ma non comprendo come si possa aderire senza ragioni. Ragioni che si possono discutere, e quindi cambiare.
Quell'appartenenza cieca che vedo in molti alla propria parte politica mi sconcerta. Quel giudicare innnanzitutto in base a "da che parte stai". Quell'avere due pesi e due misure, per cui se rubano gli altri è gravissimo, se rubano i miei è comprensibile, se sparano gli altri sono assassini, se sparano i miei sono giustificabili. Quel dare per scontato che uno sia corrotto e malvagio, solo perchè non è dei nostri. E, peggio ancora, che i nostri non sono mai corrotti.
Con il bel risultato che quando cerco di capire qualcosa in politica, gli antiberlusconiani sono sicuri che io sia berlusconiana, e i pidiellini che io sia comunista.
Io sono allergica alla politica perchè mi crea crisi di identità."
* in realtà una sola: tutto, tranne  un figlio juventino.
 
       dal blog  http://nihilalieno.wordpress.com/
 

lunedì 13 maggio 2013

il Grande Sconosciuto

Fuoco che incendia ma non brucia
Vento che soffia ma non sconvolge
Voce che non grida ma sussurra
Luce che risplende ma non abbaglia
Colomba che aleggia sulla nostra vita
Qualcuno Ti ha chiamato anche il Grande Sconosciuto
Forse perchè il Padre riusciamo ad immaginarlo come un anziano saggio con la barba lunga
Del Figlio abbiamo persino una foto stampata su un lenzuolo misterioso
Ma la Tua fisionomia ci sfugge: non riusciamo a farci un'idea del Tuo volto
Perdonaci: noi figli degli uomini viviamo nella necessità di materializzare il nostro amore
Siamo fatti di anima e corpo e dobbiamo amare con entrambi
Il nostro cuore percepisce però che Tu sei l'Amore per essenza
Oh, se solo gli amanti sapessero che amano in virtù del Tuo palpito d'Amore
Amore che non smette mai di amare
Che amando genera amore
Onde sempre più ampie di amore che allietano i cuori dei figli degli uomini
Se solo il mondo se ne accorgesse...
VENI, Sancte Spiritus, reple tuorum corda fidelium, et tui amoris in eis ignem accende.
Emitte Spiritum tuum et creabuntur;
Et renovabis faciem terrae. 




lunedì 29 aprile 2013

Allucinazioni acustiche

Ognuno ha le sue psicopatologie tipiche.
C'è chi parla da solo, tendenza questa molto sviluppata nel Veneto, ed in particolare a Verona, dove mi capita spesso di incontrare gente che lo fa, anche camminando per strada.
C'è chi soffre di narcisismo sfrenato e non riesce a fare a meno di stare al centro dell'attenzione.
C'è chi ha il terrore degli spazi aperti e chi soffre gli ambienti angusti.
Anch'io ho le mie buone patologie.
Per esempio soffro di allucinazioni acustiche.
Negli ultimi tempi il fenomeno si è un po' accentuato, causa halzaimer galoppante.
Mi capita sempre più spesso, infatti, di sentire la suoneria del telefono squillare anche quando nessuno mi chiama.
Sento chiamare il mio nome anche tra gente che non mi conosce, tant'è vero che qualche giorno fa ho sentito chiaramente qualcuno chiamarmi ed ho fatto finta di nulla, pensando si trattasse della solita allucinazione; questa volta però la voce era vera e la persona che mi chiamava mi ha chiesto se per caso ero diventato sordo.
Insegna la Traccani che l'allucinazione (dal latino alucinatio, derivato da alucinari, "vaneggiare, delirare") indica lo stato psichico in cui un individuo percepisce come reale ciò che è immaginario.
Nell'allucinazione l'Io non è in grado di controllare le delimitazioni di quanto appartiene al corpo, oppure colloca le sue percezioni al di fuori di esso: questo processo induce a vivere il corpo come staccato da sé, oppure a sentire la realtà esterna come interna al proprio corpo.
Attualmente, però, specialmente nell'ambito della psicopatologia antropologica più recente, si tende a collocare la persona allucinata non più soltanto in rapporto a sé stessa, ma piuttosto in rapporto all'altro e al mondo; si parla così di 'campo spaziale allucinatorio', nell'universo aperto nelle relazioni che si cerca di stabilire con il proprio ambiente, vicino e lontano.
In questa prospettiva, il dialogo allucinatorio assume anche una dimensione sociale, in quanto l'allucinato crede sempre di essere in relazione con altri.
Ma l'esperienza allucinatoria esige anche spazi diversi da quelli in cui essa appare, cosicché il soggetto allucinato sembra liberarsi dai limiti del mondo sensibile, slanciandosi verso un al di là spaziale, un 'oltre' le frontiere sensoriali, in una fallace moltiplicazione di specchi.
Cosa ne pensate? Devo farmi ricoverare?

sabato 20 aprile 2013

pesi e misure

La vita la misuro a passi e contrappassi
a passaggi lungo vuoti di pensiero
a tirare sassi verso il punto più lontano
la misura a mano a mano
a frontiere oltrepassate
dichiarando il vero...

E l'amicizia la misuro mio malgrado
a sorrisi che mi giungono puntuali
se cado... o nei giorni miei di pioggia
la misuro a goccia a goccia
a parole non gradite
ma che so leali...

A quintali la speranza
a metri quadri la mia confusione
A minuti la pazienza
a impulsi una nuova emozione

E l'amore... l'amore?

Non ha peso, né misura
non ha tempo, né figura
c'è o non c'è...
l'amore che
ti butta dentro l'infinito
prima che tu abbia capito...
e se provi ad abbracciarlo
se tu provi a circondarlo
prende e va... se ne va

La rabbia la misuro a notti e lune insonni
e a madonne che ho tirato giù dal cielo
per troppi inganni
che han bruciato più del fuoco
la misuro a poco a poco
quando medito vendetta
e tutto intorno è gelo

Sento a gradi il mio piacere
a cavalli di potenza la ragione
Vado a spanne col bicchiere
conto i battiti di questa canzone

E l'amore... l'amore?

Non ha peso, né misura
né spessore, né statura
c'è o non c'è...
l'amore che
ti affonda dentro un mare immenso
prima di capirne il senso...
e se provi ad abbracciarlo
se tu provi a circondarlo
prende e va... se ne va

L'amore... l'amore...

Non ha peso, né misura
c'è o non c'è
l'amore che
ti butta dentro l'infinito...

Prende e va

E se provi a controllarlo,
quando riesci a raccontarlo
è andato già          l'amore.




lunedì 15 aprile 2013

She got love

Un autoritratto essenziale realizzato in terra, fango, piume, fiori, foglie, cenere, polvere, rami, alberi, conchiglie, erba, ghiaccio, roccia, cera, corteccia, muschio, sabbia, sangue, acqua, fuoco, che esprime la volontà dell'artista di ricongiungimento a un’eterna e universale energia cosmica dove l’elemento umano, quello naturale e quello divino convivono.
L'artista si chiama Ana Mendieta ed in questi giorni possiamo conoscere da vicino le sue opere al Museo d’Arte Moderna nel magnifico Castello di Rivoli (Torino) fino al 16 giugno 2013.
Vi segnalo lo stralcio di una bella recensione della mostra scritta da Francesca Lanzarotti (l'articolo completo lo trovate qui).
"Ogni granello è un dolore, sempre più intenso e profondo ed è nelle viscere di questo abisso, nel buio più profondo che per un attimo, forse, improvvisamente e per un istante si riescono a scorgere acque limpide e azzurre che avvolgono secolari tronchi di un mondo altro, di un mondo-Dio".
Per palati forti...

domenica 24 marzo 2013

Rosso come la passione

"Due sono le necessità dell’uomo: L’amore e il dolore.
L’amore che v'impedisce di commettere il male, il dolore che ripara il male.
Questa è la scienza da apprendere: saper amare e saper soffrire.
Io sono venuto a santificare il dolore, soffrendo il Dolore per voi e fondendo i vostri dolori relativi al Mio dolore infinito. Dando così merito al dolore.
La via del dolore è la via del Cielo. Seguitela con pace e avrete il mio Regno.
Non c’è altra via fuor di quella della rassegnazione alla volontà di Dio, della generosità, della carità verso tutti. Ce ne fosse stata un’altra Io ve l’avrei indicata.
Sono passato Io per questa perché è la via giusta.
Se Io con la mia potenza distruggessi il male, quale che sia, voi giungereste a credervi autori del Bene che in realtà sarebbe mio dono e non vi ricordereste mai più di Me. Mai più.
Avete bisogno, poveri figli, del dolore per ricordarvi che avete un Padre.
Come il figliol prodigo che si ricordò di averlo quando ebbe fame.
Io non voglio una risurrezione forzata nei cuori.
Forzerò la morte e mi renderà le sue prede, perché Io sono il Padrone della vita e della morte, ma sugli spiriti, che non sono materia che senza soffio è priva di vita, ma sono immortali essenze capaci di risorgere per volontà propria, Io non forzo la risurrezione.
Do il primo appello e il primo aiuto, come uno che aprisse un sepolcro dove uno fu chiuso mal vivo e dove morrebbe se a lungo rimanesse in quelle tenebre asfissianti, e lascio entrare aria e luce … poi attendo.
Se lo spirito è voglioso di uscire, esce. Se non vuole così, s’infosca ancor più e sprofonda, ma se esce! … Oh, se esce, in verità ti dico che nessuno sarà più grande del risorto di spirito.
Solo l’innocenza assoluta è più grande di questo morto che torna vivo per forza di proprio amore e per gioia di Dio".

Maria Valtorta, diari.