sabato 20 dicembre 2014

Rigogli di speranza

La mangiatoia è simbolo della povertà di tutti i tempi …
… però è anche il simbolo del nostro rifiuto.
Nella messa di Natale ascolteremo quella frase terribile, che è l’epigrafe della nostra non accoglienza: “E’ venuto nella sua casa, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).
La greppia di Betlem interpella, in ultima analisi, la nostra libertà.
Gesù non compie mai violazioni di domicilio: bussa e chiede ospitalità in punta di piedi. Possiamo chiudergli la porta in faccia.
Se però gli apriremo con cordialità la nostra casa e non rifiuteremo la sua inquietante presenza, ha da offrirci qualcosa di straordinario: il senso della vita, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la gioia del servizio, lo stupore della vera libertà, la voglia dell’impegno.
Lui solo può restituire al nostro cuore, indurito dalle amarezze e dalle delusioni, rigogli di speranza.
(don Tonino Bello)


     

mercoledì 10 dicembre 2014

S.O.S.

Sono consapevole che dopo questo post perderò l'amicizia di molte persone che mi stimavano (bontà loro) ed apprezzavano le cose che scrivevo: sin da adesso chiedo loro umilmente scusa se ho mostrato di me una faccia che non corrispondeva a quella reale.
Cercate di capirmi: ho tenuto dentro troppo a lungo questa pena e non ho mai avuto il coraggio di confessarla pubblicamente.
Adesso è venuto il momento di farlo: non ce la faccio più a sopportare questo strazio e sento dentro di me il bisogno ineludibile di manifestare al mondo il mio grido d'aiuto.
Si possono sopportare molti dolori nella vita senza far trasparire mai all'esterno la sofferenza che si prova quotidianamente di fronte ad ingiustizie come questa: si arriva poi ad un punto in cui, come un vulcano non riesce più a trattenere il fiume di lava che lo gonfia, così l'essere umano non riesce più a contenere il grido d'angoscia che lacera l'anima.
Ma adesso basta: non ne posso veramente più!!!
Tutto è cominciato nel momento in cui ho lasciato la mia terra natia per stabilirmi nella pianura Padana.
"Le abbiamo preparato del riso al limone, nella speranza di farle cosa gradita"; "Vi ringrazio molto per la premura" dicevo a queste brave persone, ma dentro di me mi struggevo pensando che a Napoli il riso lo danno solo per curare eventuali indisposizioni di stomaco.
"Pensando che sarebbe stato nostro ospite ho cucinato la pasta con la beciamella, le piace vero?"; "senz'altro, signora" replicavo a denti stretti, pensando però come sarebbe stato meglio evitare di perdere mezza giornata a preparare intrugli di panna e burro, quando in dieci minuti si potavano cucinare due spaghetti col pomodoro fresco, con soddisfazione da parte di tutti.
"Oggi abbiamo cucinato la pasta al pesto, assaggi quanto è buona"; "oh, è veramente deliziosa", aggiungevo, cercando di dissimulare la mia ennesima delusione.
Con il passare degli anni, però, queste continue privazioni hanno cominciato ad influire sulla mia salute.
"Che faccia bianca che ha stamattina, è indisposto per caso?"; "no" replicavo, "ho soltanto dormito poco", ben consapevole che con una bella caccavella (pentola) di sugo al pomodoro, con i maccheroni che galleggiano sopra, la mia faccia avrebbe presto ripreso il colorito abituale.
Ma niente, nessuno più al nord cucina la pasta al pomodoro, ed io non ne posso più di pesto, polenta, riso e beciamella: mi stanno uccidendo!!!
E' per questo che lancio il mio grido d'angoscia: aiutatemi, non so quanti giorni ancora riuscirò a sopravvivere!!!
Faccio appello alla vostra pietà di esseri umani: venite a soccorrermi!!!
Chiamate telefono azzurro; lanciate un ponte umanitario attraverso cui trasportare in Padania un camion pieno di buatte (conserva di pomodoro in barattolo) che mi possa salvare!!!
Non è necessario che siano pomodori di San Marzano o di Gragniano, mi accontento anche di quelli provenienti dalle terre dei fuochi: meglio morire avvelenati dopo una scarpetta come Dio comanda che schiattare soffocato dai risi e bisi!!!


lunedì 1 dicembre 2014

l'ipocrisia che allontana l'ideale dal reale

Perdonate la vena polemica che in me ha preso decisamente il sopravvento in questo periodo; prometto che nei prossimi giorni cercherò di essere più buono, così mi preparo anche meglio alla nascita del Dio Bambino.
Cosa mi è andato di traverso questa volta?
La supponenza di un certo pseudo - teologo che da qualche anno va per la maggiore: viene invitato regolarmente in TV; pubblica libri di successo e tiene conferenze in tutta Italia.
Diffidate delle persone che vanno spesso in TV, pubblicano continuamente libri di successo e tengono sempre conferenze da tutto esaurito: vuol dire che hanno fatto di tutto per allinearsi alla mentalità contemporanea.
Ma qual'è, di grazia, il pensiero dominante di questo pseudo-teologo, ex prete (oggi sposato con due figli), che dice di se stesso di essere il fautore della teologia del terzo millennio?
Quello che dice è molto semplice: la sua idea madre consiste nell'affermare che se l'uomo contemporaneo non riesce più a vivere certe esigenze morali (specialmente di carattere sessuale), è segno che quelle esigenze sono inadeguate, e perciò "non funzionano".
In altre parole, tutti i principi che regolano la morale sessuale tradizionale (specie se cattolica) sarebbero un insieme di "cocci rotti".
Passatemi la banalità ma è come se io dicessi che siccome la matematica non è mai riuscita ad entrare nella mia testa (e a quanto pare nella testa di sempre un maggiore numero di persone) ne consegue che la matematica non funziona: in altre parole, il problema non sono io ma è la matematica!!!
Questa idea - madre ovviamente conduce a tutta una serie di affermazioni tanto care alla mentalità contemporanea, che vanno dalla liceità dei rapporti prematrimoniali, alla legittimità dell'aborto; dall'assurdità del celibato dei preti (figuriamoci quello dei laici), all'ormai anacronistica fedeltà coniugale; ecc. ecc..
E' come dire che se io sposato non riesco più ad essere fedele a mia moglie, o io prete non riesco più ad essere fedele a Dio, questo dimostra che la fedeltà coniugale è un ideale impossibile ed è altrettanto impossibile quello del celibato per il regno dei cieli.
Siccome non ci sono riuscito io, allora non potrà riuscirci nessun altro: ecco, allora, che comincio a convincermi che non sono io che sono inadeguato, ma è l'ideale che mi ero proposto ad essere irraggiungibile!!!
Questo modo di ragionare, purtroppo sempre più diffuso, rivela un difetto di fondo che ha generato le più nefaste ideologie che la storia abbia mai conosciuto: tale difetto consiste nel convincersi che tutti i problemi della vita sono sempre fuori di me, mai dentro, e perciò la responsabilità dei miei errori è sempre di qualcun altro: delle strutture sociali, delle istituzioni religiose, dei condizionamenti familiari, ecc..
Se, pertanto, io non riesco più ad incarnare quell'ideale di uomo che hanno cercato di incarnare i miei genitori, ed i miei nonni prima di loro, è segno che quell'ideale non ha mai avuto alcun fondamento, perchè la realtà mi dimostra che io non sarò mai in grado di raggiungerlo.
Ma è realmente così, o si tratta soltanto di un espediente per mettere a tacere la propria coscienza ormai indurita sotto il peso della mia ipocrisia?
Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita è che il nemico è sempre dentro di noi, quasi mai fuori, e che soltanto se cominciamo a combatterlo sul serio saremo capaci di riconquistare quella dignità perduta che corrisponde all'ideale di uomo che ho ereditato dalla mia tradizione culturale e familiare, ed alla quale per niente al mondo vorrei rinunciare.
 
 

giovedì 20 novembre 2014

Superbia vitae

Qualche giorno fa un sedicente medico e scienziato italiano, direttore di un famoso istituto per la cura dei tumori di Milano, si è lasciato andare ad una di quelle affermazioni alle quali certi giornali del belpaese danno uno smisurato risalto, quasi fossero perle di rarissima saggezza.
Niente di nuovo sotto il sole ovviamente, perchè il nostro luminare ha soltanto rispolverato un vecchio ritornello già in auge da vari decenni, e tanto caro ad una certa intellighenzia razionalista e atea.  Insomma, il noto professore ha dichiarato che
 "il cancro, come Auschwtiz, è la prova che Dio non esiste"!!!
Come i più attenti sanno, infatti, il problema del male è sempre stato uno degli argomenti più spinosi posti contro l’esistenza di Dio: il male c’è allora Dio non esiste, e Auschwtiz rappresenta un’apoteosi di questo male.
Come ha ricordato un acuto pensatore (Robert Cheaib, fonte "theologhia"), proprio in risposta all'esternazione dell'esimio professore, la prospettiva può essere però tranquillamente rovesciata:
il male c’è allora Dio esiste.
Innanzitutto, a proposito di Auschwitz, ricorda che tanti sopravvissuti ai campi di concentramento, ebrei e non, dicono giustamente che la vera domanda non è: «Dov’era Dio?», ma «Dov’era l’uomo?».
Chiedersi dov’era Dio è chiudere un occhio sulla responsabilità dell’uomo che ha operato quel grande male e dell’uomo che ha acconsentito tacendo.
Non erano certo gli angeli a torturare la gente ad Auschwitz. Era l’uomo – umano, troppo umano (o troppo poco umano) – che uccideva suo fratello!!!
Il problema, allora, è la libertà, la quale, come ricordavo in un vecchio post (l'amore si nutre di liberta) è il presupposto indispensabile dell'amore.
Dio ci ha creati liberi perchè desidera, come ciascuno di noi, essere amato liberamente e non per forza; facendo questo ha corso però un rischio tremendo, e cioè che le sue creature potessero scegliere l'odio anzicchè l'amore.
Per questo siamo liberi di fare il bene o il male, e ce ne dobbiamo assumere tutta la responsabilità, perchè è troppo comodo scaricarla su Dio.
Ma il cancro, qualcuno obietterà, è un male diverso.
E ha ragione! Fino a un certo punto, però!
Perché talvolta non si vuole ricordare quanta responsabilità abbiamo noi nella tragica crescita e diffusione del cancro.
È il giocare sporco con la natura che ci fa rovesciare addosso le sue reazioni, perché Dio – se esiste – perdona, la natura no!!!
Ma Robert Cheaib invita ancora a riflettere su una cosa: se tutti fossimo ciechi nati, non ci sarebbe la sensazione che ci manchi qualcosa. La cecità sarebbe la normalità. Avvertiamo invece la cecità come un problema proprio perché esiste l’occhio, la visione.
Nella nostra esperienza del male, percepiamo una mancanza, un’imperfezione che porta in sé la “perfezione”.
In questo senso si potrebbe dire che se non ci fosse il bene, non ci sarebbe il male.
Percepiamo il peso del male nelle sue diverse forme perché c’è un bene che ci fa percepire la deficienza della situazione in cui versiamo.
Se non ci fosse quel bene, non sentiremmo quella mancanza.
Fatto sta, però, che dentro di noi sussiste un richiamo “naturale” a una pienezza che ci interpella continuamente, un desiderio, un “cuore inquieto” che desidera il bene, il bello, il vero, nel grado sommo e ogni realtà che va contro questo lo sentiamo come stonatura.
Se non ci fosse un’impronta del Bene, il male non sarebbe male, sarebbe una parte della natura che segue le sue leggi senza suscitare in noi alcuna reazione.
Alle parole (illuminate) di Cheaib, aggiungo soltanto una piccola storiella (vera, peraltro), per coloro che dopotutto potrebbero sempre obiettare: ma se Dio esiste perchè non interviene?
Anzitutto confesso che una simile domanda non rivela certo un grande acume intellettuale da parte di chi la pone, che si mette quasi alla pari con coloro che pretendono di dettare l'agenda degli appuntamenti o delle cose da fare al Padreterno, quasi fossero loro ad aver creato gli oceani e le montagne e Dio fosse solo un esecutore dei loro comandi, quantomai razionalisti e lungimiranti.
Ma veniamo alla storiella.
Un po' di tempo fa un amico mi confidò che sua mamma un giorno cominciò ad avvertire qualcosa di strano al seno; avendo disponibilità e mezzi, chiese ed ottenne un appuntamento con il noto professore di Milano, già allora riconosciuto luminare in campo oncologico.
Il professore, che probabilmente aveva potuto racimolare soltanto pochi minuti dalla sua fittissima agenda, la visitò piuttosto velocemente e le assicurò che non c'era nessun problema di cui preoccuparsi.
Qualche mese dopo, la signora continuava ad avvertire fastidi al seno e, per scrupolo, si sottopose ad altra visita, questa volta da un medico qualunque, le cui esternazioni probabilmente non finiranno mai sui giornali, il quale le consigliò subito esami radiologici approfonditi che, purtroppo, rivelarono l'esistenza di un tumore maligno, per fortuna non ancora diffuso, circostanza che ne consentì l'asportazione in tempi rapidi.
La morale della storiella, allora, può essere la seguente: se la signora non avesse avuto quello scrupolo ma si fosse fidata ciecamente dell'insigne professore, a quest'ora sarebbe già da molti anni all'altro mondo, e forse la carriera del luminare sarebbe stata stroncata dal banale incidente di percorso.
Allora io mi chiedo: Dio è intervenuto per suscitare quello scrupolo nella signora o per salvare la carriera all'illustre professore?





giovedì 6 novembre 2014

Lettera a un bambino mai nato

Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla.
Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi.
È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata.
Mi si è fermato il cuore.
E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante.
Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo.
Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri.
Non è paura di Dio. Io non credo in Dio.
Non è paura del dolore. Io non temo il dolore.
E' paura di te.
Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato.
Mi sono sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non ti piacesse?
E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando "chi ti ha chiesto di mettermi al mondo?"
La vita è una tale fatica bambino.
Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio?
Non puoi mica parlarmi.
La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena iniziate.
Eppure darei tanto perchè tu potessi aiutarmi con un cenno, un indizio.
Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché?
Perchè abbia fame, perchè abbia freddo, perchè venga tradito ed offeso, perchè muoia ammazzato alla guerra o da una malattia?
E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.
Forse hanno ragione loro.
Ma il niente è da preferirsi al soffrire?
Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente.
E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non nascere.
Anche quando sono infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata perché nulla è peggiore del nulla.                    Oriana Fallaci
Doveroso omaggio alla più grande scrittrice del novecento.


sabato 25 ottobre 2014

il pennello della libertà

L'anima è spirito: i suoi atti sono spirituali;
le sue scelte, le sue aspirazioni, i suoi amori, le sue preferenze, le sue ripulse sono decisioni spirituali; non sono eventi che passano (come l'acqua che cade sulla pietra, come il vento che attraversa la valle) ma sono eventi che restano, perché l'anima si forma attraverso i suoi atti.
L'anima dipinge se stessa, forma se stessa, si configura attraverso gli atti d'amore e di scelta.
Essa stessa forma se stessa: ed è proprio dello spirito di diventare spirito, della libertà di diventare libertà, dell'amore di diventare amore.
E' come se ciascuno di noi prendendo il dito della libertà dipingesse col pennello di questa libertà, con i colori di questo pennello la propria fisionomia.
E' una cosa tragica e infinitamente beatificante.

(Cornelio Fabbro)

L'agire modifica l'essere
Ogni volta che compiamo una buona azione diventiamo più buoni e anche più felici.
Ogni volta che assecondiamo il nostro egoismo diventiamo più cattivi e anche più tristi.

La scelta diventa allora il mio io, essa non mi accompagna come un'ombra ma mi precede come una luce: essa è davanti al mio volto, davanti ai miei occhi perché è dentro gli occhi, è dentro, è la mia spiritualità; ecco cosa significa la libertà, la scelta della libertà.





martedì 7 ottobre 2014

sentinelle (omosessuali) in piedi

Questo ragazzo ha il dono (raro) della chiarezza:

Che cos’è un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Giulietta in “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare: atto II, scena II)

Cos’è un nome? Sebastiano Ridolfi di Verona, 32 anni, il suo nome ha il coraggio di metterlo.
Su "L'Arena” del 12 agosto ecco pubblicato uno stralcio della sua lettera a seguito del clamore mediatico suscitato dal consigliere comunale Alberto Zelger, il quale ha chiesto e ottenuto dal Consiglio comunale di Verona di monitorare l’educazione dei bambini nelle scuole per difenderla dall’ideologia del gender.

Io invece mi faccio chiamare Eliseo Del Deserto. Ho un blog che nell’ultimo anno ha ricevuto numerose visualizzazioni.
Sono omosessuale.
Anch’io potrei raccontarvi di centinaia di ragazzi in tutta Italia, felici come me di poter sperare in un superamento delle proprie pulsioni omosessuali.

Perché uso uno pseudonimo? Sicuramente perché nel blog racconto delle cose molto personali, ma soprattutto perché devo difendermi da coloro che si ritraggono come vittime ed invece sono carnefici. Devo difendere la mia identità e la mia carriera da quelli che per avere pari diritti, li vorrebbero togliere agli altri. Un esempio per tutti: ricordate il caso Barilla? Questa è la militanza gay.


La mia omosessualità non mi rende una persona appagata, ma sono convinto che l’orientamento sessuale si possa plasmare.
Non definisco l’omosessualità come una malattia, ma come un ingranaggio che si è inceppato nell’infanzia e fa girare a vuoto il processo che porta alla maturazione completa dell’identità e dell’affettività. Tutto questo non lo posso dire con il mio nome: ma cos’è un nome?

Quando Sebastiano Ridolfi parla di giovani “ridotti a cessare di vivere la propria vita in favore di un presunto modello religioso e sociale che a loro non appartiene”; giovani che vivono nell’ombra, incapaci di accettare la loro condizione, mi sento biasimato, e trovo che le sue parole siano piene di presunzione.
Io non mi sento ridotto a seguire il modello di vita che la mia fede mi propone.
La mia fede riesce a consolarmi dallo squallore di una vita sottomessa ad un ideale effimero di amore romantico e ad una pulsione sessuale che nulla ha a che vedere con l’amore vero.

Quando dico questo, alcuni mi dicono che il mio problema non è l’omosessualità, ma come vivo la sessualità. Sono ipocriti.
Il mondo omosessuale è intriso di sesso sregolato, pornografia e narcisismo. Tutti i gay lo sanno bene, anche coloro che oggi hanno raggiunto un equilibrio sofferto e negano quel mondo. Guardiamo quali sono i riferimenti del mondo gay, i rappresentanti, gli ambienti e le manifestazioni. Inoltre considerate la violenza che usa la militanza per affermare i suoi presunti diritti “legittimi”.

L’omosessualità è una differennza, e come tutte le differenze è segno dell’unicità che ciascuno porta in sè.
Non siamo tutti uguali, ma tutti differenti.
Ogni differenza è una risorsa, ma anche una fragilità da non calpestare, con dei limiti che bisogna accettare anche se può essere doloroso.
C’è un diritto naturale che va rispettato.
La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna che si amano è l’unica cellula del tessuto sociale che consente e garantisce una crescita della società in armonia con la natura e con l’uomo che ne è responsabile.

A tutti voi politici: finché la politica, l’economia, l’educazione, la religione non promuoveranno e non tuteleranno la famiglia naturale e la vita, non usciremo da nessuna crisi, e costruiremo solo società fondate su ciò che è destinato a svanire.


Al sindaco Tosi e al Comune di Verona: pensare di fare politica lasciando da parte le questioni etiche è un paradosso. O la politica ha il fine di creare una società più giusta, e quindi più umana, o stiamo inseguendo delle chimere. Qual è la verità? Qual è il bene comune? Cos’è giusto? Cos’è umano?
Non stiamo parlando degli interessi di una categoria di persone, ma dell’umanità intera. Non è questione di cattolici o di omosessuali.
Sono domande a cui dobbiamo dare una risposta, affinché la rosa non perda il suo profumo insieme al nome.

Ringrazio il Consiglio Comunale di Verona ed il consigliere Alberto Zelger per il coraggio con il quale hanno affrontato la questione della famiglia e dell’educazione dei bambini nella città di Verona.


Cordiali saluti.                         Eliseo del Deserto

fonte:  http://eliseodeldeserto.blogspot.it/2014/08/tornado-zelger-su-verona.html

mercoledì 24 settembre 2014

il lato oscuro del cervello

“La gente riesce a cogliere solo una parte della realtà.
Si dice che dieci decimi del cervello non vengono usati e questo, come la maggior parte dei fatti noti, è falso.
Nemmeno il più stupido dei Creatori si sobbarcherebbe il fastidio di mettere nella testa umana diversi etti di inutile viscidume grigio se l’unico vero scopo fosse, per esempio, farli servire come prelibatezza presso certe remote tribù in valli inesplorate.
Essi vengono usati.
E una delle loro funzioni è di rendere comune ciò che è miracoloso e trasformare l’insolito in solito.
Perchè se così non fosse, gli esseri umani, posti quotidianamente di fronte al meraviglioso, andrebbero in giro con grossi sorrisi stupidi sulla faccia e a Dio non piace la gente che lavora poco.
Chi non è costantemente occupato rischia di fare disastri.
Parte del cervello esiste per impedire che questo accada.
Talvolta, però, è troppo efficiente: può indurre le persone ad annoiarsi in mezzo alle meraviglie”!!!

G.  Chesterton

venerdì 12 settembre 2014

la pietra d'inciampo dei geovani

Volete un argomento per mettere in crisi i Testimoni di Geova che bussano alla vostra porta?
Eccolo: Giovanni 6,52 e ss. 

Il fondamento su cui si regge tutta la fede cattolica è la celebrazione del mistero dell'Eucaristia:

la Chiesa crede che nelle specie del pane e del vino sia presente realmente il corpo e il sangue di Cristo: se si mette in discussione questa verità crolla tutto l'edificio della fede.

Ebbene,  i Testimoni di geova contestano, tra le altre cose, proprio questa verità di fede, affermando che le parole di Gesù nel brano del vangelo di Giovanni, capitolo 6 - versetti 52 e seguenti, non possono essere interpretate come fanno i cattolici, perchè il Signore avrebbe inteso attribuire soltanto un senso simbolico alla sua "carne e sangue".
Che Gesù abbia realmente promesso un vero cibo e una vera bevanda, che sono il suo corpo e il suo sangue, emerge però chiaramente da tre fattori:
a)    il realismo delle espressioni usate.

I termini utilizzati sono così vivi che non ammettono ambiguità o interpretazioni allegoriche.
Le espressioni  “mangiare la carne” e “bere il sangue”, specialmente se paragonate col il testo greco (troghein: masticare con i denti), significano un vero mangiare;
inoltre, queste due espressioni sono usate per ben tre volte univocamente (vv. 53, 54, 56).

b)    l'inammissibilità del senso metaforico.

Tutta la terminologia del capitolo VI è sacrificale e richiama continuamente le espressioni dell’ultima cena; analizzando lo stile biblico, le espressioni di Gesù, se intese simbolicamente, non avrebbero alcun senso.
Pensare che le parole di Gesù con simile significato morale potessero esprimere soltanto la necessità della fede in Lui è inconsistente, anzi è contro ogni regola di buona interpretazione attribuire un significato che egli non intendeva e che i suoi uditori stessi non comprendevano.

c)   L’atteggiamento degli uditori e dello stesso Cristo.

Il realismo delle espressioni considerate riceve ancora maggiore risalto dall’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi ascoltatori: giudei, discepoli, apostoli.

I giudei (increduli e avversari di Gesù) intesero le parole in senso letterale, cioè nel senso di cibo reale, e appunto per questo discutevano tra loro: “come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 53).

La linea di condotta di Gesù, come si rileva da tutto il Vangelo, è sempre stata chiarissima: 

quando gli ascoltatori avevano male compreso le sue parole, poneva ogni cura nel dissipare l’equivoco (ad es. Giov. 3, 3-8, o Mt. 16, 6-12), ma quando le avevano comprese rettamente, senza però aderirvi per la difficoltà intrinseca del loro contenuto, non modificava il suo discorso, ma ribadiva in vari modi la stessa idea (per es. Mt. 9,2-7, Giov. 8,51-58; 10,31-38).

In questo caso però Gesù non modifica le sue affermazioni, ma per tre volte insiste sullo stesso concetto con maggior forza affermandolo anzi più esplicitamente e in maniera solenne ("in verità vi dico…" v. 53), ribadendolo con parole più realistiche e ripetendo per sei volte che la sua carne doveva essere vero cibo per la salvezza delle anime.

Non è possibile, perciò, che Gesù, se avesse voluto dare alle sue parole un senso metaforico, abbia ripetuto con tanta insistenza le stesse frasi così male interpretate dagli uditori per confermarli nel loro errore.

Ma v’è di più.

Finito il discorso e allontanatisi i giudei, Gesù si trova di fronte all’incredulità dei suoi stessi discepoli, alcuni dei quali addirittura lo abbandonano scandalizzati; ma anche in questo caso, davanti al disagio intellettuale dei discepoli, Cristo non cambia nulla del suo discorso:  e neppure da altri passi del Vangelo (in colloqui privati con i discepoli) risulta che abbia attenuato la gravità delle sue parole; anzi, con la pazienza tutta sua verso chi non intendeva in buona fede, cerca di aiutarli a comprendere (vv. 61-63), ma non modifica le sue parole di una virgola: aggiunge solo una spiegazione ulteriore sul modo (cercando di spiegare loro che non gli sta chiedendo di diventare cannibali, perché la sua carne non può dare la vita se non è unita allo spirito; perciò quello che dovranno mangiare è carne animata dalla divinità: solo così essa darà la vita).

Gesù chiede in definitiva ai discepoli un atto di fede e di umiltà, ribadendo la necessità di mangiare la sua carne e bere il suo sangue, anche se ancora non ne comprendono il senso; la reazione dei discepoli però è per lo più di incredulità (da allora molti si ritrassero e non andavano più con lui: v. 66).

Non è possibile pensare allora che Gesù, se le sue parole avessero avuto solo un significato simbolico, abbia permesso tale disorientamento senza avvertire la necessità di chiarire il presunto malinteso.

Infatti, nei confronti degli stessi apostoli non cede di un millimetro: “anche voi volete andarvene?”; sembra addirittura provocarli.

Nè la spiegazione che danno i Testimoni di geova, secondo cui Gesù con questo particolare comportamento avrebbe voluto vagliare i veri discepoli dai falsi, risulta plausibile, perché se così fosse stato (e cioè se le sue parole servivano soltanto a provare i discepoli) Gesù dopo la prova avrebbe però chiarito che il senso di quelle parole era solo questo e non altro, e invece non lo fa mai, lasciando che la sua chiesa nasca,  cresca e si sviluppi sul fondamento dell’Eucaristia.

Condizione essenziale per seguire Gesù è l’umile assenso della mente a una verità superiore alla capacità di comprendere degli uomini.

Davanti a questa pietra di scandalo i giudei si ritirano; molti discepoli si allontanano; Giuda prepara il tradimento, ma Pietro, pur non avendo compreso neanche lui la portata delle parole di Cristo sull'Eucaristia, reagisce con umiltà e confessa: “da chi andremo Signore? Tu hai parole di vita eterna!”

E’ qui prefigurata la storia della Chiesa che, ferma e sicura con Pietro, suo capo visibile, professa costantemente la sua adesione a Cristo, pane di vita, in mezzo alla derisione dei nemici della fede ed alle negazioni degli eretici.




venerdì 29 agosto 2014

il mio nome è Asher Lev

Chaim Potok è uno scrittore ebreo americano morto alcuni anni fa che nei suoi romanzi rivolge gran parte dell'attenzione a storie di bambini che diventano grandi e devono affrontare le scelte decisive della loro vita e, soprattutto, conflitti generazionali.
Tra i suoi libri più famosi ci sono Danny l'eletto (1967), La scelta di Reuven (1969), Il mio nome è Asher Lev (1972) e Il dono di Asher Lev (1990).
In quello che, secondo me, è il suo capolavoro (Il mio nome è Asher Lev) il piccolo Asher sente prepotentemente di possedere, attraverso un misterioso dono, la vocazione di pittore.
Nella sua comunità religiosa tuttavia la pittura è tollerata al massimo come arte decorativa, ma è considerata sostanzialmente un'attività pagana. Anche a scuola il bambino trova un'aperta ostilità, mentre il padre Arieh non capisce e non può condividere la vocazione del figlio: dopo aver tollerato nell'infanzia la sua passione per la pittura, comincia dunque ad osteggiarlo, rimproverandolo di perdere tempo o addirittura di dedicarsi ad una attività che viene "dall'altra parte", dal demonio.
La madre, per quanto le è possibile, cerca di mediare nei conflitti tra padre e figlio sempre più insistenti, ma la tensione diventa molto forte quando Asher comincerà a dipingere “crocifissioni”, modello che, pur riflettendo un tema classico con cui si misurano i pittori, rappresenta un soggetto massimamente detestato dagli ebrei.
Per di più il ragazzo diventa famoso con un quadro in cui addirittura giunge a mettere in croce sua madre, che ha visto soffrire per anni a causa dell’incomprensione tra il marito ed il figlio.
Quello che segue è il brano, per molti versi geniale, in cui Asher descrive perché ha dipinto la famosa “Crocifissione di Brooklyn”:

«Dipinsi in fretta, travolto da uno strano impeto di energia.
Per tutto il dolore che hai sofferto, mamma.
Per tutto il tormento dei tuoi anni passati e futuri, mamma.
Per tutta l’angoscia che questo quadro di dolore ti causerà.
Per l’inesprimibile mistero che mette al mondo padri e figli buoni e permette che una madre li veda azzannarsi.
Per il Padrone dell’Universo il cui mondo di sofferenza io non capisco. Per i sogni di terrore, per le notti d’attesa, per i ricordi di morte, per l’amore che ho per te, per tutte le cose che ricordo, per tutte le cose che dovrei ricordare ma che ho dimenticato;
per tutte queste cose ho creato questo quadro – io, un ebreo osservante che lavora su una crocifissione perché nella sua tradizione religiosa non esiste alcun modello estetico al quale far risalire un quadro di angoscia e di tormento estremi».

Sublime

mercoledì 13 agosto 2014

immersi in un mistero

Il destino dell’universo non è determinato da atomi e molecole: essi sono solo una piccola percentuale della sua composizione.
Negli ultimi decenni si è scoperto infatti che siamo immersi in un mistero:
esiste (ma non sappiamo che cos’è) una materia oscura, che tende a far restringere il cosmo per effetto della gravità.
E c’è anche un’altrettanto misteriosa energia oscura, che tende a farlo espandere sempre più rapidamente.
Materia ed energia oscura occupano insieme più del 90% dell'universo, ma non possono essere misurati direttamente: eppure la loro influenza è determinante per lo sviluppo del cosmo.
La "materia oscura" è il nome che gli scienziati danno alle particelle che esistono nell'universo ma che non possiamo vedere direttamente: un tempo veniva chiamata "massa mancante", poiché gli astronomi non riuscivano a trovarla in nessuna parte dello spettro elettromagnetico.
Questa materia sembra possedere una massa (e quindi generare attrazione gravitazionale), ma non sembra assorbire o emettere alcun tipo di radiazione elettromagnetica.
Poiché non possono inviarci segnali luminosi, grazie ai quali abbiamo appreso la maggior parte di quello che sappiamo sul cosmo, è molto difficile scoprire qualcosa sulla natura di queste misteriose particelle.
In realtà gli astronomi sospettano che la maggior parte della materia oscura non sia formata dall'ordinaria composizione di protoni e neutroni, ma da qualche forma di materia sconosciuta.
Anche il tentativo del razionalismo scientista di risolvere il mistero dell'essere pare dunque fallito.
La realtà è dunque ben più complessa di quanto tentano di farci credere i razionalisti e, per uno strano gioco del destino, sembra quasi che ad ogni scoperta riguardante l'universo si spalanchi un mistero più insondabile e meraviglioso.
Passano i secoli, le ideologie si alternano, ma sembra sempre più plausibile la dolorosa ammissione di Eliot: "Tutto il nostro sapere non fa che aumentare la nostra ignoranza".










venerdì 1 agosto 2014

miracoli necessari

Caro Solovine,
                   come sempre, mi ha fatto un gran piacere ricevere Sue notizie.
Per quanto riguarda le modifiche che mi ha proposto, sono pienamente d'accordo.Quanto a Carl Seelig, è persona dabbene. Ma, ahimé, prende un po' troppo sul serio il compito che si è assunto e in questo modo dà semplicemente fastidio a tutti.
Giudichi Lei ciò che è bene dirgli e passi pure sotto silenzio il resto (è sconveniente essere esibiti, dinanzi a un pubblico che si suppone neutrale, nella propria nudità). Prenda le Sue decisioni e me le comunichi. Non voglio infatti neanche direttamente immischiarmi in questa storia. Ad ogni modo in merito ad alcune richieste concrete gli ho già dato risposta.
E veniamo al punto interessante.
Lei trova strano che io consideri la comprensibilità della natura (per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come un miracolo o un eterno mistero.
Ebbene, ciò che ci dovremmo aspettare, a priori, è proprio un mondo caotico del tutto inaccessibile al pensiero.
Ci si potrebbe (di più, ci si dovrebbe) aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice: sarebbe un ordine simile a quello alfabetico, del dizionario, laddove il tipo d’ordine creato ad esempio dalla teoria della gravitazione di Newton ha tutt’altro carattere.
Anche se gli assiomi della teoria sono  imposti dall'uomo, il successo di una tale costruzione presuppone un alto grado  d’ordine del mondo oggettivo, e cioè un qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi.
È  questo il “miracolo” che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze.
È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo da Dio, ma anche dei miracoli. 
Il fatto curioso è che noi dobbiamo accontentarci di riconoscere "il miracolo" senza che ci sia una via legittima per andare oltre.
Dico questo perché Lei non creda che io – fiaccato dall'età – sia ormai facile preda dei preti.
Noi qui, tutti bene: anche Margot che, grazie all'operazione, ha ripreso vigore. Ho trovato, nella derivazione della teoria del campo non simmetrico, un complemento importante che determina a priori le equazioni generali del campo nello stesso modo in cui il semplice principio di relatività determinava le equazioni della gravitazione.
Cari saluti a tutti voi,
Suo
A. Einstein
p.s. Non vado più in Europa, per non essere inutilmente al centro di pagliacciate. E poi, siamo talmente pressati da ogni parte, oggi, che non vi è proprio la necessità di rincorrere gli eventi.
Lettera di Einstein a Maurice Solovine (1952)

venerdì 25 luglio 2014

quanto costa la libertà?

Per costruire un’opera d’arte con materiale fragile ci vuole tempo, intelligenza e abilità.
Per mandarla in frantumi basta un secondo. E provare a rimettere assieme i cocci dopo che il danno è stato fatto è difficilissimo.
Le scienze sociali e la teoria economica più recente ci insegnano che i 'beni relazionali' sono ciò che contribuisce di più alla felicità e alla fioritura di vita delle persone. E, soprattutto, che il loro fallimento produce infelicità e danni economici rilevanti.

Proprio come nell’esempio dell’opera d’arte, i beni relazionali sono fragili e richiedono una particolare sapienza per poter essere edificati.
Le relazioni non sono come un gelato dove disponibilità economica e volontà individuale sono condizioni sufficienti per poterne godere.
Il terzo e il quarto ingrediente fondamentale di cui c’è bisogno per la creazione delle relazioni sono la volontà della persona con cui il bene relazionale si vuole costruire e l’investimento di tempo e fatica di entrambi.
Guardando la foto del mio matrimonio e le facce sorridenti di quel giorno ho pensato, qualche giorno fa, che nessuno avrebbe potuto dire allora se quell’avventura sarebbe stata un successo o un fallimento.

Nelle relazioni umane non esiste nessun destino e il loro fallimento non può mai essere colpa di terzi.
La storia di ogni relazione è una pagina bianca su cui scrivono i protagonisti.
Il risultato finale è incerto perché la buona volontà di soltanto uno dei due non basta, ma è necessario un investimento congiunto.
Io sono stato felice e fortunato sino ad oggi perché il mio 'investimento' è stato corrisposto, ma proprio per questo non posso vantarmi di nulla né mancare di delicatezza e comprensione per chi ha puntato su una relazione che, per limiti personali o del partner, non ha avuto lo stesso esito.
È arrivato il tempo di capire che la straordinaria 'conquista di civiltà' della nostra libertà di fare qualunque cosa ci passa per la testa rapidamente, senza costi e facendo finta che essa non abbia alcun effetto su terze persone, va riconciliata con la sapienza del costruire relazioni, sapienza che purtroppo abbiamo smarrito.

La schizofrenia di una sensibilità ecologica spiccata per ogni specie animale e vegetale che si accompagna a una crescente sciatteria nell’ecologia delle relazioni umane, è una delle caratteristiche più comiche e allo stesso tempo tragiche dei nostri tempi.
Più che una riduzione dei tempi e dei costi di transazione nel fallimento delle relazioni che rischia di alimentare una nuova bolla speculativa di infelicità sentimentale, vorrei vedere una cultura e una politica che investono e creano le condizioni per una rinnovata sapienza e civiltà delle relazioni.


Leonardo Becchetti: il tragico inganno del divorzio breve, su Avvenire del 15 luglio 2014

sabato 12 luglio 2014

circoli virtuosi

Spesso neanche immaginiamo tutte le innumerevoli conseguenze di un solo atto di buona volontà.


martedì 24 giugno 2014

La malattia dei tempi moderni

Non è forse vero che l'uomo propriamente ed originariamente desidera essere felice?
L'uomo, però, deve anche desiderare di essere degno della sua felicità.
L'uomo in fondo non vuole la felicità per se stessa, ma cerca un motivo per essere felice.
Infatti, appena si ha un motivo per essere felice, ecco che la felicità ne viene di conseguenza e con essa il piacere.
L'abbandono di un motivo per essere felice, perciò, impedisce il raggiungimento della felicità.
Ma come avviene tale abbandono?
Attraverso un orientamento forzato verso la felicità e il piacere.
La porta della felicità si apre solo verso l'esterno: chi tenta di forzarla in senso contrario finisce col chiuderla ancora di più.
L'uomo cioè è orientato costantemente alla ricerca e alla realizzazione di un significato, ma anche all'incontro con un altro essere umano: un "tu" da amare.
Quello che accade sempre più frequentemente nell'epoca moderna è il dirottamento di tale tensione primaria verso la ricerca diretta della felicità e del piacere.
Invece di rimanere ciò che deve essere, ossia un effetto (un senso realizzato e un essere umano incontrato), il piacere diviene l'oggetto di un'intenzione forzata: unico contenuto di attenzione.
Ma nella misura in cui ci si preoccupa solo del piacere, si perde di vista il motivo del piacere: in tal modo l'effetto "piacere" non può più sopraggiungere e si è sopraffatti dalla noia, vera malattia dei tempi moderni.
La mancanza di significato della propria esistenza diventa così la prima causa di malessere dell'uomo contemporaneo.
Ai nostri giorni l'uomo non soffre tanto di essere meno capace di un altro, ma piuttosto del fatto che la propria esistenza non ha alcun senso: non riesce a trovare nulla che possa permettergli di riempire il suo vuoto esistenziale.
Nel sottofondo della stessa frustrazione sessuale vi è di fatto un bisogno di significato:
solo in un vuoto esistenziale può lussureggiare la libido sessuale.
Questa noia allora può essere davvero mortale per l'uomo moderno, che si trova improvvisamente senza più un compito da svolgere.
Viviamo in un epoca in cui non si sa più che fare del tempo libero, diventato soltanto un tempo libero da qualcosa e non più un tempo libero per qualcosa.
Ma l'unico modo per sopportare la vita è di avere sempre un compito da svolgere.
E' urgente, perciò, ritrovare il senso perduto e per riuscire in questa impresa occorre non solamente mettere in moto la volontà di significato, ma anche, se essa è stata sepolta, risvegliarla.

Viktor Frankl, La sofferenza di una vita senza senso

giovedì 12 giugno 2014

dialogo minimo con un amico


Ho sempre apprezzato la tua lucidità di pensiero e la genialità della tua filosofia, Søren, tuttavia non si è mai allontanata dalla mia testa l’idea che tu fossi un po’ pazzo!!!

Se un uomo fosse tanto furbo da poter nascondere di essere pazzo potrebbe far impazzire tutto il mondo”.

Hai ragione amico mio, la tua pazzia è stata una di quelle pazzie contagiose, che conducono a rinunciare a tutto pur di conquistare l’unica cosa importante: aiutare l’essere umano a ritornare a casa;

ogni uomo è una sintesi di corpo e anima, destinata a esser spirito, cioè ad abitare nella casa; ma l'uomo preferisce stare in cantina, cioè nella determinazione della sensualità. E non solo preferisce stare in cantina, ma l'ama a tal punto da arrabbiarsi se qualcuno gli propone di occupare il piano di sopra che è vuoto e a sua disposizione perché la casa in cui abita è sua”.

E’ vero, non posso ignorare il fatto che l’umanità diventa sempre più come una nave senza condottiero;

la nave è ormai in preda al cuoco di bordo e ciò che trasmette al microfono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”.

Immagine molto arguta, davvero!!! L’unica consolazione sembra essere stata la tua amata Regine:

io ho desiderato, fino alla disperazione, di poter essere tutto per lei, fino al giorno in cui ho appreso, nel dolore, che è infinitamente più nobile non essere, per lei, assolutamente niente”.

Anche in quest’impresa, però, sei stato geniale, bisogna riconoscerlo:

penetrare con lo spirito nell'essere di una fanciulla è un'arte, ma saperne uscire è un capolavoro”.


    Dialogo minimo con Søren Kierkegaard 
             (Verona, 12 giugno 2014)

giovedì 5 giugno 2014

per l'emancipazione della poesia

Avete mai sentito parlare del movimento per l'emancipazione della poesia?    No?
Neanch'io!
L'ho scoperto ieri attraversando la zona universitaria di Padova: ho notato dei fogli attacati ai muri che racavano versi, per lo più brevi, di poesie spontanee e anonime. 
Sono tante le poesie disseminate per la città e chiunque può leggerle, copiarle, farne ciò che vuole.
Non sono scritte sui muri: sono stampate su fogli A4, e su quella carta ci si possono scrivere altre parole o commentare i versi appena letti.
Poesie in movimento, per non dimenticare sentimenti ed emozioni, per dare un valore nuovo al vissuto di ognuno, per riconoscersi, per infuriarsi, per innamorarsi ancora… delle parole.
Il Movimento per l’Emancipazione della Poesia, nasce a Firenze nel 2010, sul link http://www.movimentoemancipazionepoesia.tk troviamo la motivazione che ha spinto questi ragazzi a crearlo: “Il MeP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze”.
Poesia per chiunque e dove non te l'aspetti.
Gli autori sono anonimi affinché siano le poesie ad essere messe in primo piano e non i singoli poeti.
Gli artisti del MeP ribadiscono che il loro: “E’ un movimento artistico che persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme”.
Indipendentemente dal valore intrinseco dei versi, credo si tratti di una iniziativa da promuovere, non vi pare???