mercoledì 7 settembre 2016

il bambino che si ciba di bellezza

Quest’anno ho deciso di ritornare, seppur per due giorni, nella mia città natale per rivedere le meraviglie del museo di Capodimonte.
Questo luogo, diretto oggi da Sylvain Bellenger, costituisce con il suo fantastico parco (che nulla invidia a quello di Versailles) uno dei tanti motivi di orgoglio della città partenopea.
Napoli: una delle grandi capitali europee, che poteva dialogare alla pari con Vienna, Parigi, Londra, Madrid, con una scuola musicale superba, il cui giudizio lo stesso Mozart temeva.
Il museo di Capodimonte, insieme a tante altre istituzioni culturali uniche al mondo, meriterebbe un’attenzione ancora più viva non solo per lo splendore dell’edificio e del suo parco ma, soprattutto, per la ricchezza immensa dei suoi tesori, provenienti inizialmente dalla collezione Farnese, poi donati dai Borboni, dalla città di Napoli e dall’Italia post unitaria.
Innumerevoli stanze stupende si susseguono in corridoi lunghissimi, contenenti capolavori di epoche diverse e di artisti sommi, a cominciare da Tiziano, i cui numerosi quadri accolgono, quasi all’inizio del cammino, lo spettatore incredulo.
Durante la mia visita, in una domenica a ingresso libero e affollatissima, due episodi mi hanno fortemente impressionato.
Nel salone delle danze, dove giacciono un paio di pianoforti, un bambino ha toccato la tastiera di uno degli strumenti, creando suoni, che hanno attirato la preoccupata attenzione di un custode.
Costui, accorso velocemente, ha impedito l’ulteriore uso dello strumento, sottolineando che non era permesso neppure toccarlo. Trovandomi anch’io vicino al bambino, sono stato avvertito dal suddetto custode di non osare mettere le mani sulla tastiera.
Il direttore Bellenger, presente all’avvenimento, ha lodato giustamente il comportamento del custode, che, ligio al dovere, non aveva fatto eccezione alcuna, neanche per un musicista di casa abbastanza conosciuto.
Poi le cose hanno preso una via più «napoletana» e simpaticamente conciliante ed io, a richiesta del pubblico, che nel frattempo si era fatto intorno, dopo aver chiesto al custode il permesso di potermi «esibire», ho suonato parte di un valzer di Chopin, ricevendo il plauso degli astanti e dello stesso censore.
Il secondo episodio è più sottile e toccante. Dopo aver percorso moltissime sale, ammirando Raffaello, Masaccio, Caravaggio, Bruegel, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Luca Giordano, Mantegna e tanti altri, un bambino, con gli occhi pieni di tanta Bellezza e un po’ stordito da tanta sublime Arte si è avvicinato a Bellenger e ha chiesto con innocente semplicità: «Scusi, mi dice qual è la cosa più importante in questo museo?».
Il direttore ha risposto: «La tua presenza, quindi, tu!».
Una risposta meravigliosa, perché vera.
Il bambino, che si ciba di Bellezza, di quella Bellezza, che la Natura ha donato all’Italia e agli Artisti che hanno reso il nostro Paese ancora più grande e unico al mondo. Il bambino, quindi, simbolo di una società migliore.
Nel lasciare Capodimonte e il suo paradiso terrestre, mi è venuta in mente l’iscrizione incisa sulla tomba di Raffaello nel Pantheon e ideata da Pietro Bembo: «Ille hic est Raphael, timuit, quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori» (Qui giace quel grande Raffaello. La Natura, la grande genitrice di tutte le cose, temette di essere vinta da Lui vivente e di morire con Lui morente).
La Natura che teme la supremazia dell’Arte! Con il pensiero del detto antico che ciò che è Bello è anche Buono e Giusto ho lasciato questo luogo di delizie, portandomi dentro il fascino del suo incanto e con la promessa di ritornarvi al più presto. 

Riccardo Muti   (corriere della sera)

sabato 13 agosto 2016

le braci

Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza.
Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende.
Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza:
chi sei? Cosa volevi veramente? A chi e a che cosa sei stato fedele? Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita.
Può darsi che la solitudine distrugga l'uomo, ma questo fallimento, questa frattura, sono comunque più degni di un uomo di pensiero di quanto non lo sia la sua connivenza con un mondo che prima lo contagia con le sue seduzioni dolci e perverse e poi lo scaraventa nella fossa.
Tu precipita più in basso, nella voragine della solitudine.
Perirai ugualmente, ma con la tua caduta avrai sostenuto il destino che governa la tua anima e la tua opera.
Rimani solo e ricorda. Rimani solo e osserva. Rimani solo e rispondi.
Non illuderti: non esistono soluzioni diverse. Rimani solo, anche a costo della vita.

 Sàndor Màrai

martedì 12 luglio 2016

luminoso esempio di solidarietà

L'immagine di questo bambino portoghese che consola il tifoso francese in lacrime credo sia la scena più bella degli europei di calcio appena conclusi.
E' una spendida manifestazione di solidarietà che proviene proprio da un bambino, e sorprende molto proprio perchè di solito accade il contrario: sono i bambini che spesso non riescono a relativizzare gli eventi emotivi e debbono sono consolati dagli adulti; qui accade il contrario, grazie alla maturità di questo ragazzino, e l'effetto è perciò ancor più emozionante e commuovente, perchè l'adulto quasi non crede ai suoi occhi, ma poi si abbandona alla solidarietà e abbraccia il suo consolatore, andandosene via realmente rinfrancato dal gesto di tenerezza inaspettata. 


martedì 21 giugno 2016

Tappeto di note

Ieri sera mi sono addormentato sopra un tappeto di note.
Si da il caso che dalla finestra della mia stanza si sentano distintamente i concerti inaugurati proprio ieri nell'ambito della rassegna Verona Jazz al teatro romano.
Il concerto di ieri sera, però, era un po' speciale. 
C'era una sola persona sul palco, con una tromba in mano.
Difficile definire anche il genere di musica che faceva.
Qualcuno ha detto a suo riguardo che "volerlo definire, inscatolare in una categoria è la cosa più difficile. Che in partenza sia un trombettista jazz è l’unica sicurezza. Ma da anni la sua attività ha un raggio d’azione talmente ampio che è persino complicato tenergli dietro".
In effetti, le note che uscivano dalla sua tromba sembravano sospese nell'aria: fluttuavano quasi danzando nel cielo chiaro della notte di luna piena, a poche ore dal compimento dell'atteso solstizio d'estate.
Io ero a letto e sono stato circondato, avvolto, permeato da questo tappeto sonoro che sembrava provenire da un altro mondo.
E su questo tappeto mi sono addormentato, quasi mio malgrado, cullato dalle melodie del folletto trombettista. 
Stamane, poi, ho scoperto che il folletto risponde al nome di Paolo Fresu, mai ascoltato in vita mia, ma sono sicuro che mi farà compagnia ancora a lungo quella sensazione di leggerezza che ho provato ieri sera prima di addormentarmi, mentre partivo per il viaggio misterioso che ogni notte mi trasporta verso i meandri più reconditi del mio inconscio più sconosciuto.



martedì 7 giugno 2016

Ricevere amore e perdono senza averli meritati

Si fa un gran parlare di misericordia quest'anno e nessuno si è preoccupato ancora di spiegare che cos'è veramente la misericordia.
La storia che segue credo sia la più adatta a rendere l'idea ed è stata raccontata da una suora americana che l'aveva ascoltata dalla bocca di una consorella polacca presente ai fatti narrati.
Nel lager di Auschwitz in Polonia morirono circa tre milioni di persone, un sesto degli ebrei uccisi durante l’Olocausto, insieme a diversi cristiani e santi come san Massimiliano Kolbe e santa Benedetta dalla Croce (Edith Stein).
Rudolf Höss, soprannominato “l'animale” dai sopravvissuti allo sterminio, nei tre anni di mandato come comandante diresse l’esecuzione di oltre 2 milioni e mezzo di detenuti e assistette alla morte per fame o malattia di un altro mezzo milione.
Finito il suo mandato, supervisionò anche l’esecuzione di 400 mila ebrei ungheresi.
Höss compì un solo atto di umanità.
Un giorno portarono ad Auschwitz «un’intera comunità di gesuiti» tranne il superiore, che quel giorno si trovava lontano dal convento, e questo, il giorno dopo, disperato, volle raggiungere i suoi confratelli intrufolandosi nel campo di concentramento.
Le guardie lo scoprirono e lo portarono da Höss, certi che il comandante avrebbe ordinato la sua esecuzione.
Invece Hoss fece una cosa che non aveva mai fatto: liberò il sacerdote, lasciando le guardie sconcertate.

Quando la guerra finì Höss fu arrestato e condannato a morte per crimini contro l’umanità. Ma l’ex comandante non era terrorizzato tanto dalla morte quanto dalla detenzione, convinto che le guardie polacche si sarebbero vendicate «torturandolo per tutto il tempo della prigionia e provocandogli una pena inimmaginabile».
La sua sorpresa fu quindi enorme quando vide che "uomini le cui mogli, figlie e figli, erano stati uccisi ad Aushwitz, lo trattavano invece con dignità".
Non riusciva a farsene una ragione.
Secondo le suore fu quello il momento della conversione: quello della misericordia, che è «l’amore che non meritiamo».
Sì, «non meritava il loro perdono, bontà, gentilezza. Eppure li ricevette tutti».

Höss, cresciuto in quella fede cattolica che poi abbandonò in gioventù, chiese di potersi confessare.
Le guardie provarono a cercare un sacerdote disponibile, ma «le ferite ancora molto vive» non resero facile trovare chi «volesse ascoltare la sua confessione».
E infatti «non trovarono nessuno».
L’ex comandante si ricordò improvvisamente di quel gesuita, padre Wladyslaw Lohn, che aveva risparmiato anni prima.
Supplicò le guardie di cercarlo.
Il gesuita, rintracciato proprio nel santuario della Divina misericordia di Cracovia, dove era diventato cappellano delle suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, accettò di confessare Höss.

La confessione «durò molto a lungo, finché non gli diede l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati. Rudolf Hoss Vai in pace».
Il giorno successivo, prima dell’esecuzione, il gesuita tornò per dare la Comunione al condannato.
La guardia che era presente confessò poi che quello fu uno dei momenti più belli della sua vita: «Vedere quell’animale in ginocchio, con le lacrime agli occhi, come un bambino che sta per ricevere la Prima Comunione, Gesù, con il cuore».

martedì 24 maggio 2016

l'eterna infanzia di Dio

Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro.
In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita.
In un istante il mio cuore fu toccato e credetti.
Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla.
Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile!
Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: “Come sono felici le persone che credono!”.
Ma era vero? Era proprio vero!
Dio esiste, è qui.
È qualcuno, un essere personale come me.
Mi ama, mi chiama. 
                                                 Paul Claudel

Un giorno qualcuno mi disse che non riusciva a farsi un'idea di Dio, allora risposi di guardare il suo bambino, perché molto probabilmente Dio gli assomigliava molto.