venerdì 12 maggio 2017

potenza del sacrificio

Nel 1950 un giovane sacerdote tedesco sta tornando in bici da un pellegrinaggio fatto a Roma.
Prima di rientrare in Germania, su richiesta del suo padre spirituale, si reca a fare visita ad un convento di suore, presso il quale non era mai stato, con l'incarico di chiedere di una certa suor Veronika.
Bisogna premettere che il giovane era arrivato al sacerdozio attraverso circostanze molto rocambolesche e per certi versi incredibili, basti ricordare soltanto che, quando era già seminarista, fu arruolato nelle S.S. e alla fine della guerra accusato ingiustamente di essere un criminale nazista; per questo condotto davanti al plotone d'esecuzione dai francesi e, un attimo prima della fucilazione, salvato da un capitano appena giunto sul luogo che lo scagionava da tutte le accuse.
Ma torniamo alla porta del convento.
Quando suona il campanello, e pronuncia il suo nome, la suora che lo accoglie emette un grido di gioia, lasciandolo lì in piedi per andare a chiamare la superiora, la quale appena giunta si rallegra anch'ella di vederlo, dicendo che lo stavano aspettando da molti anni.
Il sacerdote replica che si tratta senz'altro di un equivoco, perché non aveva mai avuto contatti con quel convento. Ma la madre sorride dicendo: "venga, la prego, e vedrà quale contatto esiste tra questo convento e lei".
Lo condusse in infermeria, dove alloggiava suor Veronika, una donna molto anziana e malata: il suo volto era segnato da molta sofferenza, ma splendeva di una gioia luminosa.
"Quando ero ancora una giovane suora", cominciò a dire l'inferma, "il suo padre spirituale venne un giorno a predicare gli esercizi in questo convento e ci raccontò di una famiglia con molti bambini, allora erano undici; tra questi ce n'era uno che certamente sarebbe potuto diventare sacerdote, ma bisognava superare molte difficoltà affinché questo sogno si potesse avverare.
Chiese se una suora fosse disposta a sacrificarsi per il ragazzo e mi feci avanti io, con il consenso della superiora. Allora il padre mi condusse in cappella dove offrì al cuore sacerdotale di Gesù tutti i miei futuri sacrifici e sofferenze.
Fino ad allora non mi ero mai ammalata, ma pochi giorni dopo la mia promessa, fui costretta a mettermi a letto e per vent'anni non mi sono più alzata.
Che gioia provai quando venni a sapere che il Signore aveva accettato la mia offerta e quel ragazzo era diventato sacerdote.
Da allora ho pregato affinché prima di morire io potessi vedere il frutto dei miei sacrifici.
Quanto è buono Iddio che oggi ha esaudito la mia preghiera".
Il sacerdote allora cominciò a piangere, adesso comprendeva perché il Signore lo aveva condotto così in fretta al sacerdozio, addirittura prima di completare gli studi teologici, per espressa richiesta del Papa, Pio XII.
tratto dal libro: "Missione S.S.", autobiografia di Gereon Goldman.

martedì 2 maggio 2017

maggio si' tu...


Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
immortale

quale essere sente più nostalgia di chi crede?

Giuseppe Ungaretti

giovedì 20 aprile 2017

realtà nascoste

L'essere umano è un viandante che attraversa un giardino fiorito convinto di stare in mezzo a un deserto desolato.
Siamo circondati dalla grazia ma i nostri occhi sono incapaci di percepirla.
E questo è un grande problema.
La scrittura di questi giorni ci dice che persino davanti a Gesù risorto gli apostoli non erano in grado di riconoscerlo.
Finché siamo in questo mondo, ci ricorda S. Paolo, percepiamo la realtà come se fosse riprodotta da uno specchio e perciò in maniera riflessa; solo dopo saremo in grado di vedere "faccia a faccia".
La nostra incapacità di percepire la realtà così com'è ha un fondamento oggettivo, dunque:
esistono realtà invisibili, sconosciute ai nostri occhi, ma non per questo meno reali, che dobbiamo imparare a cogliere.
Accanto a noi sono presenti numerose creature spirituali che non vediamo mai, ma che esistono ed operano, e talvolta ne abbiamo avuto la prova tangibile.
Dal momento in cui ci alziamo dal letto la mattina a quello in cui ci addormentiamo alla sera, e persino durante il sonno, siamo inondati da grazie ordinarie delle quali nemmeno ci rendiamo conto.
La nostra cecità spirituale, tuttavia, dipende spesso anche da fattori soggettivi, ad esempio da una certa pigrizia intellettuale che ci fa disperdere troppe energie mentali su argomenti futili e vacui, piuttosto che verso realtà importanti ed essenziali che richiedono maggiore raccoglimento e riflessione.
Molta gente, infatti, dà per scontate molte realtà che invece richiederebbero una profonda attenzione da parte nostra.
Pensiamo soltanto alla realtà della creazione: diamo troppo per scontato il fatto di esistere e di stare al mondo, ma in realtà è una grazia straordinaria.
Non riflettiamo mai abbastanza sul fatto che prima eravamo nulla e adesso siamo creature capaci di meritare la felicità eterna.
Ci sfugge il valore inestimabile che segna il passaggio dal niente all'essere, e non ci rendiamo conto di quale tesoro preziosissimo sia la vita; anzi, talvolta ci lamentiamo persino di essere stati messi al mondo senza il nostro consenso.
Dobbiamo imparare, allora, a "contemplare" la realtà con occhi nuovi, consapevoli del fatto che da ciò dipende la felicità dell'intera esistenza, perché, come diceva qualcuno, la felicità del cielo è per coloro che saranno stati capaci di essere felici sulla terra.  

sabato 1 aprile 2017

cosa ci manca

Ogni mancanza rimanda a una pienezza.
Una mancanza presuppone sempre una presenza.
Non possiamo sentire il costante bisogno di qualcosa se l'oggetto dei nostri desideri più profondi non l'abbiamo mai visto ne conosciuto.
Se percepiamo che qualcosa di indispensabile ci manca è segno che almeno una volta nella vita abbiamo sperimentato quella pienezza, seppur solo per qualche attimo.
Ogni uomo sente dentro di sé un abissale desiderio di felicità piena e duratura che lo spinge a cercarla senza soste.
Allo stesso tempo percepiamo che ci manca sempre qualcosa per raggiungerla pienamente, anzi, avvertiamo che la nostra condizione umana è molto distante dalla meta desiderata.
Ma questo non ci consente di concludere che la felicità è un illusione, anzi, ci autorizza a credere proprio il contrario.
Perchè sarebbe ancora più assurdo avvertire un bisogno così radicato di qualcosa che non esiste.
Se sento che mi manca so già, solo per questo, che essa esiste.
La felicità può essere il fine del vivere solo perchè ne segna l'inizio.
Se, infatti, la felicità è proprio quella cosa essenziale che tutti desideriamo, dove la conoscemmo per volerla così?
Dove l'abbiamo vista per amarla?
Se infatti non la conoscessimo non l'ameremmo.
L'amore per la felicità, allora, non può essere il mero "prodotto" del desiderio, ma al contrario è ciò da cui il desiderio, riconoscendo o ricordando un'esperienza più grande di sé, comincia a sbocciare veramente.
Ripetiamo allora la domanda: dove l'abbiamo vista per amarla così tanto?
La risposta giusta, come sempre, ce la offre la Teologia non la filosofia.
E' Dio che crea le anime, e le crea a Sua immagine.
Per questo l'anima conserva la somiglianza con Dio, e ne serba il ricordo anche quando il peccato originale ne ferisce l'integrità e le fa perdere quella pienezza di felicità di cui godeva nel seno di Padre.
E' per lo stesso motivo che continuiamo a coltivare il sogno della felicità perduta e nutriamo la speranza, pienamente fondata, di riconquistarla un giorno, quando ritorneremo nel seno del Padre.

giovedì 23 marzo 2017

il piacere della vita

Ancora ritorna in me la dolce primavera
ancora non invecchia il mio cuore infantilmente allegro
ancora scorre la rugiada dell’amore giù dall’occhio mio
ancora vivono in me il piacere e il dolore della speranza.
Ancora mi consolano con dolce incanto il cielo blu e la verde campagna,
la divina mi porge la coppa dell’ebbrezza,
la gentile, giovane natura.
Fiducioso!
Vale i dolori, questa vita fino a quando per noi poveracci il sole di Dio splende e immagini di un tempo migliore si librano intorno alla nostra anima, e ahimè, un occhio gentile piange con noi.

Friedrich Hölderlin, Il piacere della vita

mercoledì 1 marzo 2017

Siete mai stati dal dentista?

La dottrina cristiana della sofferenza spiega un fatto molto curioso sul mondo in cui viviamo.
Dio ci nega, per la natura stessa del mondo, la felicità e la sicurezza che desideriamo, ma di gioia, piacere e divertimento ne ha disseminati dappertutto.
Non abbiamo mai la sicurezza, ma abbiamo un sacco di occasioni di allegria e perfino qualche momento di estasi.
Non è difficile capire il perchè.
La sicurezza che desideriamo ci indurrebbe a porre il nostro cuore nelle cose di questo mondo e costituirebbe un ostacolo al nostro ritorno a Dio; ma pochi momenti di un amore felice, un paesaggio, una sinfonia, un allegro incontro con i nostri amici, una partita di calcio non ci fanno correre questo rischio.
Il Padre ci ristora, nel viaggio, in alcune piacevoli locande, ma non ci incoraggia mai a scambiarle per la nostra vera casa.


La cosa terribile è che un Dio perfettamente buono non incute meno paura di un Sadico Cosmico.
Un uomo crudele lo si potrebbe corrompere; potrebbe stancarsi del suo infame passatempo. Potrebbe avere la sua parentesi di misericordia, come un alcolizzato ha le sue parentesi di sobrietà. Ma mettiamo invece di aver a che fare con un chirurgo che ha a cuore solo il nostro bene.
Più sarà buono e coscienzioso, più sarà inesorabile nel tagliare.
Se cedesse alle suppliche, se interrompesse l'operazione prima della fine, tutto il dolore provato fino a quel momento sarebbe stato inutile.
Che cosa vogliono dire quelli che proclamano: "non ho paura di Dio, perchè so che è buono"?
Non sono mai stati da un dentista?

C.S. Lewis "Il problema della sofferenza" e "Diario di un dolore"

mercoledì 15 febbraio 2017

consolare

Non avevo mai riflettuto sull'etimologia di questo vocabolo.
C'è qualcuno che la mette in relazione con il concetto di solitudine.
«Consolare» significherebbe perciò sostanzialmente «stare con uno che è solo».
L'idea è suggestiva perché individua la radice del malessere contemporaneo: la tristezza e il dolore dell'uomo "moderno" nasce proprio dal sentirsi solo, privo di una presenza che riscaldi, di una mano che accarezzi, di una parola che spezzi il silenzio e le lacrime.
Non per nulla la parola «desolato» significa in radice «essere solo» pienamente.
Quello che a me sembra, infatti, è che dopo il peccato originale ogni uomo è solo, e perciò avverte un bisogno profondo di essere consolato, bisogno che se non è rettamente soddisfatto può mandare tutto in rovina.
Aveva ragione il romanziere russo Vladimir Nabokov, quando ha scritto che «la solitudine è il campo da gioco di Satana», ed è per questo che lo Spirito Santo è detto «il Consolatore».
Sarà questo il motivo per il quale mi piace tanto invocarlo con quelle antiche parole così belle:
"vieni Santo Spirito; riempi il cuore; accendi il fuoco del tuo amore; manda il tuo Spirito per una nuova creazione e rinnoverai la faccia della terra".