lunedì 1 dicembre 2014

l'ipocrisia che allontana l'ideale dal reale

Perdonate la vena polemica che in me ha preso decisamente il sopravvento in questo periodo; prometto che nei prossimi giorni cercherò di essere più buono, così mi preparo anche meglio alla nascita del Dio Bambino.
Cosa mi è andato di traverso questa volta?
La supponenza di un certo pseudo - teologo che da qualche anno va per la maggiore: viene invitato regolarmente in TV; pubblica libri di successo e tiene conferenze in tutta Italia.
Diffidate delle persone che vanno spesso in TV, pubblicano continuamente libri di successo e tengono sempre conferenze da tutto esaurito: vuol dire che hanno fatto di tutto per allinearsi alla mentalità contemporanea.
Ma qual'è, di grazia, il pensiero dominante di questo pseudo-teologo, ex prete (oggi sposato con due figli), che dice di se stesso di essere il fautore della teologia del terzo millennio?
Quello che dice è molto semplice: la sua idea madre consiste nell'affermare che se l'uomo contemporaneo non riesce più a vivere certe esigenze morali (specialmente di carattere sessuale), è segno che quelle esigenze sono inadeguate, e perciò "non funzionano".
In altre parole, tutti i principi che regolano la morale sessuale tradizionale (specie se cattolica) sarebbero un insieme di "cocci rotti".
Passatemi la banalità ma è come se io dicessi che siccome la matematica non è mai riuscita ad entrare nella mia testa (e a quanto pare nella testa di sempre un maggiore numero di persone) ne consegue che la matematica non funziona: in altre parole, il problema non sono io ma è la matematica!!!
Questa idea - madre ovviamente conduce a tutta una serie di affermazioni tanto care alla mentalità contemporanea, che vanno dalla liceità dei rapporti prematrimoniali, alla legittimità dell'aborto; dall'assurdità del celibato dei preti (figuriamoci quello dei laici), all'ormai anacronistica fedeltà coniugale; ecc. ecc..
E' come dire che se io sposato non riesco più ad essere fedele a mia moglie, o io prete non riesco più ad essere fedele a Dio, questo dimostra che la fedeltà coniugale è un ideale impossibile ed è altrettanto impossibile quello del celibato per il regno dei cieli.
Siccome non ci sono riuscito io, allora non potrà riuscirci nessun altro: ecco, allora, che comincio a convincermi che non sono io che sono inadeguato, ma è l'ideale che mi ero proposto ad essere irraggiungibile!!!
Questo modo di ragionare, purtroppo sempre più diffuso, rivela un difetto di fondo che ha generato le più nefaste ideologie che la storia abbia mai conosciuto: tale difetto consiste nel convincersi che tutti i problemi della vita sono sempre fuori di me, mai dentro, e perciò la responsabilità dei miei errori è sempre di qualcun altro: delle strutture sociali, delle istituzioni religiose, dei condizionamenti familiari, ecc..
Se, pertanto, io non riesco più ad incarnare quell'ideale di uomo che hanno cercato di incarnare i miei genitori, ed i miei nonni prima di loro, è segno che quell'ideale non ha mai avuto alcun fondamento, perchè la realtà mi dimostra che io non sarò mai in grado di raggiungerlo.
Ma è realmente così, o si tratta soltanto di un espediente per mettere a tacere la propria coscienza ormai indurita sotto il peso della mia ipocrisia?
Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita è che il nemico è sempre dentro di noi, quasi mai fuori, e che soltanto se cominciamo a combatterlo sul serio saremo capaci di riconquistare quella dignità perduta che corrisponde all'ideale di uomo che ho ereditato dalla mia tradizione culturale e familiare, ed alla quale per niente al mondo vorrei rinunciare.
 
 

giovedì 20 novembre 2014

Superbia vitae

Qualche giorno fa un sedicente medico e scienziato italiano, direttore di un famoso istituto per la cura dei tumori di Milano, si è lasciato andare ad una di quelle affermazioni alle quali certi giornali del belpaese danno uno smisurato risalto, quasi fossero perle di rarissima saggezza.
Niente di nuovo sotto il sole ovviamente, perchè il nostro luminare ha soltanto rispolverato un vecchio ritornello già in auge da vari decenni, e tanto caro ad una certa intellighenzia razionalista e atea.  Insomma, il noto professore ha dichiarato che
 "il cancro, come Auschwtiz, è la prova che Dio non esiste"!!!
Come i più attenti sanno, infatti, il problema del male è sempre stato uno degli argomenti più spinosi posti contro l’esistenza di Dio: il male c’è allora Dio non esiste, e Auschwtiz rappresenta un’apoteosi di questo male.
Come ha ricordato un acuto pensatore (Robert Cheaib, fonte "theologhia"), proprio in risposta all'esternazione dell'esimio professore, la prospettiva può essere però tranquillamente rovesciata:
il male c’è allora Dio esiste.
Innanzitutto, a proposito di Auschwitz, ricorda che tanti sopravvissuti ai campi di concentramento, ebrei e non, dicono giustamente che la vera domanda non è: «Dov’era Dio?», ma «Dov’era l’uomo?».
Chiedersi dov’era Dio è chiudere un occhio sulla responsabilità dell’uomo che ha operato quel grande male e dell’uomo che ha acconsentito tacendo.
Non erano certo gli angeli a torturare la gente ad Auschwitz. Era l’uomo – umano, troppo umano (o troppo poco umano) – che uccideva suo fratello!!!
Il problema, allora, è la libertà, la quale, come ricordavo in un vecchio post (l'amore si nutre di liberta) è il presupposto indispensabile dell'amore.
Dio ci ha creati liberi perchè desidera, come ciascuno di noi, essere amato liberamente e non per forza; facendo questo ha corso però un rischio tremendo, e cioè che le sue creature potessero scegliere l'odio anzicchè l'amore.
Per questo siamo liberi di fare il bene o il male, e ce ne dobbiamo assumere tutta la responsabilità, perchè è troppo comodo scaricarla su Dio.
Ma il cancro, qualcuno obietterà, è un male diverso.
E ha ragione! Fino a un certo punto, però!
Perché talvolta non si vuole ricordare quanta responsabilità abbiamo noi nella tragica crescita e diffusione del cancro.
È il giocare sporco con la natura che ci fa rovesciare addosso le sue reazioni, perché Dio – se esiste – perdona, la natura no!!!
Ma Robert Cheaib invita ancora a riflettere su una cosa: se tutti fossimo ciechi nati, non ci sarebbe la sensazione che ci manchi qualcosa. La cecità sarebbe la normalità. Avvertiamo invece la cecità come un problema proprio perché esiste l’occhio, la visione.
Nella nostra esperienza del male, percepiamo una mancanza, un’imperfezione che porta in sé la “perfezione”.
In questo senso si potrebbe dire che se non ci fosse il bene, non ci sarebbe il male.
Percepiamo il peso del male nelle sue diverse forme perché c’è un bene che ci fa percepire la deficienza della situazione in cui versiamo.
Se non ci fosse quel bene, non sentiremmo quella mancanza.
Fatto sta, però, che dentro di noi sussiste un richiamo “naturale” a una pienezza che ci interpella continuamente, un desiderio, un “cuore inquieto” che desidera il bene, il bello, il vero, nel grado sommo e ogni realtà che va contro questo lo sentiamo come stonatura.
Se non ci fosse un’impronta del Bene, il male non sarebbe male, sarebbe una parte della natura che segue le sue leggi senza suscitare in noi alcuna reazione.
Alle parole (illuminate) di Cheaib, aggiungo soltanto una piccola storiella (vera, peraltro), per coloro che dopotutto potrebbero sempre obiettare: ma se Dio esiste perchè non interviene?
Anzitutto confesso che una simile domanda non rivela certo un grande acume intellettuale da parte di chi la pone, che si mette quasi alla pari con coloro che pretendono di dettare l'agenda degli appuntamenti o delle cose da fare al Padreterno, quasi fossero loro ad aver creato gli oceani e le montagne e Dio fosse solo un esecutore dei loro comandi, quantomai razionalisti e lungimiranti.
Ma veniamo alla storiella.
Un po' di tempo fa un amico mi confidò che sua mamma un giorno cominciò ad avvertire qualcosa di strano al seno; avendo disponibilità e mezzi, chiese ed ottenne un appuntamento con il noto professore di Milano, già allora riconosciuto luminare in campo oncologico.
Il professore, che probabilmente aveva potuto racimolare soltanto pochi minuti dalla sua fittissima agenda, la visitò piuttosto velocemente e le assicurò che non c'era nessun problema di cui preoccuparsi.
Qualche mese dopo, la signora continuava ad avvertire fastidi al seno e, per scrupolo, si sottopose ad altra visita, questa volta da un medico qualunque, le cui esternazioni probabilmente non finiranno mai sui giornali, il quale le consigliò subito esami radiologici approfonditi che, purtroppo, rivelarono l'esistenza di un tumore maligno, per fortuna non ancora diffuso, circostanza che ne consentì l'asportazione in tempi rapidi.
La morale della storiella, allora, può essere la seguente: se la signora non avesse avuto quello scrupolo ma si fosse fidata ciecamente dell'insigne professore, a quest'ora sarebbe già da molti anni all'altro mondo, e forse la carriera del luminare sarebbe stata stroncata dal banale incidente di percorso.
Allora io mi chiedo: Dio è intervenuto per suscitare quello scrupolo nella signora o per salvare la carriera all'illustre professore?





giovedì 6 novembre 2014

Lettera a un bambino mai nato

Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla.
Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi.
È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata.
Mi si è fermato il cuore.
E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante.
Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo.
Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri.
Non è paura di Dio. Io non credo in Dio.
Non è paura del dolore. Io non temo il dolore.
E' paura di te.
Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato.
Mi sono sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non ti piacesse?
E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando "chi ti ha chiesto di mettermi al mondo?"
La vita è una tale fatica bambino.
Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio?
Non puoi mica parlarmi.
La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena iniziate.
Eppure darei tanto perchè tu potessi aiutarmi con un cenno, un indizio.
Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché?
Perchè abbia fame, perchè abbia freddo, perchè venga tradito ed offeso, perchè muoia ammazzato alla guerra o da una malattia?
E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.
Forse hanno ragione loro.
Ma il niente è da preferirsi al soffrire?
Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente.
E se allargo questo alla vita, al dilemma nascere o non nascere, finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non nascere.
Anche quando sono infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata perché nulla è peggiore del nulla.                    Oriana Fallaci
Doveroso omaggio alla più grande scrittrice del novecento.


sabato 25 ottobre 2014

il pennello della libertà

L'anima è spirito: i suoi atti sono spirituali;
le sue scelte, le sue aspirazioni, i suoi amori, le sue preferenze, le sue ripulse sono decisioni spirituali; non sono eventi che passano (come l'acqua che cade sulla pietra, come il vento che attraversa la valle) ma sono eventi che restano, perché l'anima si forma attraverso i suoi atti.
L'anima dipinge se stessa, forma se stessa, si configura attraverso gli atti d'amore e di scelta.
Essa stessa forma se stessa: ed è proprio dello spirito di diventare spirito, della libertà di diventare libertà, dell'amore di diventare amore.
E' come se ciascuno di noi prendendo il dito della libertà dipingesse col pennello di questa libertà, con i colori di questo pennello la propria fisionomia.
E' una cosa tragica e infinitamente beatificante.

(Cornelio Fabbro)

L'agire modifica l'essere
Ogni volta che compiamo una buona azione diventiamo più buoni e anche più felici.
Ogni volta che assecondiamo il nostro egoismo diventiamo più cattivi e anche più tristi.

La scelta diventa allora il mio io, essa non mi accompagna come un'ombra ma mi precede come una luce: essa è davanti al mio volto, davanti ai miei occhi perché è dentro gli occhi, è dentro, è la mia spiritualità; ecco cosa significa la libertà, la scelta della libertà.





martedì 7 ottobre 2014

sentinelle (omosessuali) in piedi

Questo ragazzo ha il dono (raro) della chiarezza:

Che cos’è un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Giulietta in “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare: atto II, scena II)

Cos’è un nome? Sebastiano Ridolfi di Verona, 32 anni, il suo nome ha il coraggio di metterlo.
Su "L'Arena” del 12 agosto ecco pubblicato uno stralcio della sua lettera a seguito del clamore mediatico suscitato dal consigliere comunale Alberto Zelger, il quale ha chiesto e ottenuto dal Consiglio comunale di Verona di monitorare l’educazione dei bambini nelle scuole per difenderla dall’ideologia del gender.

Io invece mi faccio chiamare Eliseo Del Deserto. Ho un blog che nell’ultimo anno ha ricevuto numerose visualizzazioni.
Sono omosessuale.
Anch’io potrei raccontarvi di centinaia di ragazzi in tutta Italia, felici come me di poter sperare in un superamento delle proprie pulsioni omosessuali.

Perché uso uno pseudonimo? Sicuramente perché nel blog racconto delle cose molto personali, ma soprattutto perché devo difendermi da coloro che si ritraggono come vittime ed invece sono carnefici. Devo difendere la mia identità e la mia carriera da quelli che per avere pari diritti, li vorrebbero togliere agli altri. Un esempio per tutti: ricordate il caso Barilla? Questa è la militanza gay.


La mia omosessualità non mi rende una persona appagata, ma sono convinto che l’orientamento sessuale si possa plasmare.
Non definisco l’omosessualità come una malattia, ma come un ingranaggio che si è inceppato nell’infanzia e fa girare a vuoto il processo che porta alla maturazione completa dell’identità e dell’affettività. Tutto questo non lo posso dire con il mio nome: ma cos’è un nome?

Quando Sebastiano Ridolfi parla di giovani “ridotti a cessare di vivere la propria vita in favore di un presunto modello religioso e sociale che a loro non appartiene”; giovani che vivono nell’ombra, incapaci di accettare la loro condizione, mi sento biasimato, e trovo che le sue parole siano piene di presunzione.
Io non mi sento ridotto a seguire il modello di vita che la mia fede mi propone.
La mia fede riesce a consolarmi dallo squallore di una vita sottomessa ad un ideale effimero di amore romantico e ad una pulsione sessuale che nulla ha a che vedere con l’amore vero.

Quando dico questo, alcuni mi dicono che il mio problema non è l’omosessualità, ma come vivo la sessualità. Sono ipocriti.
Il mondo omosessuale è intriso di sesso sregolato, pornografia e narcisismo. Tutti i gay lo sanno bene, anche coloro che oggi hanno raggiunto un equilibrio sofferto e negano quel mondo. Guardiamo quali sono i riferimenti del mondo gay, i rappresentanti, gli ambienti e le manifestazioni. Inoltre considerate la violenza che usa la militanza per affermare i suoi presunti diritti “legittimi”.

L’omosessualità è una differennza, e come tutte le differenze è segno dell’unicità che ciascuno porta in sè.
Non siamo tutti uguali, ma tutti differenti.
Ogni differenza è una risorsa, ma anche una fragilità da non calpestare, con dei limiti che bisogna accettare anche se può essere doloroso.
C’è un diritto naturale che va rispettato.
La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna che si amano è l’unica cellula del tessuto sociale che consente e garantisce una crescita della società in armonia con la natura e con l’uomo che ne è responsabile.

A tutti voi politici: finché la politica, l’economia, l’educazione, la religione non promuoveranno e non tuteleranno la famiglia naturale e la vita, non usciremo da nessuna crisi, e costruiremo solo società fondate su ciò che è destinato a svanire.


Al sindaco Tosi e al Comune di Verona: pensare di fare politica lasciando da parte le questioni etiche è un paradosso. O la politica ha il fine di creare una società più giusta, e quindi più umana, o stiamo inseguendo delle chimere. Qual è la verità? Qual è il bene comune? Cos’è giusto? Cos’è umano?
Non stiamo parlando degli interessi di una categoria di persone, ma dell’umanità intera. Non è questione di cattolici o di omosessuali.
Sono domande a cui dobbiamo dare una risposta, affinché la rosa non perda il suo profumo insieme al nome.

Ringrazio il Consiglio Comunale di Verona ed il consigliere Alberto Zelger per il coraggio con il quale hanno affrontato la questione della famiglia e dell’educazione dei bambini nella città di Verona.


Cordiali saluti.                         Eliseo del Deserto

fonte:  http://eliseodeldeserto.blogspot.it/2014/08/tornado-zelger-su-verona.html

mercoledì 24 settembre 2014

il lato oscuro del cervello

“La gente riesce a cogliere solo una parte della realtà.
Si dice che dieci decimi del cervello non vengono usati e questo, come la maggior parte dei fatti noti, è falso.
Nemmeno il più stupido dei Creatori si sobbarcherebbe il fastidio di mettere nella testa umana diversi etti di inutile viscidume grigio se l’unico vero scopo fosse, per esempio, farli servire come prelibatezza presso certe remote tribù in valli inesplorate.
Essi vengono usati.
E una delle loro funzioni è di rendere comune ciò che è miracoloso e trasformare l’insolito in solito.
Perchè se così non fosse, gli esseri umani, posti quotidianamente di fronte al meraviglioso, andrebbero in giro con grossi sorrisi stupidi sulla faccia e a Dio non piace la gente che lavora poco.
Chi non è costantemente occupato rischia di fare disastri.
Parte del cervello esiste per impedire che questo accada.
Talvolta, però, è troppo efficiente: può indurre le persone ad annoiarsi in mezzo alle meraviglie”!!!

G.  Chesterton

venerdì 12 settembre 2014

la pietra d'inciampo dei geovani

Volete un argomento per mettere in crisi i Testimoni di Geova che bussano alla vostra porta?
Eccolo: Giovanni 6,52 e ss. 

Il fondamento su cui si regge tutta la fede cattolica è la celebrazione del mistero dell'Eucaristia:

la Chiesa crede che nelle specie del pane e del vino sia presente realmente il corpo e il sangue di Cristo: se si mette in discussione questa verità crolla tutto l'edificio della fede.

Ebbene,  i Testimoni di geova contestano, tra le altre cose, proprio questa verità di fede, affermando che le parole di Gesù nel brano del vangelo di Giovanni, capitolo 6 - versetti 52 e seguenti, non possono essere interpretate come fanno i cattolici, perchè il Signore avrebbe inteso attribuire soltanto un senso simbolico alla sua "carne e sangue".
Che Gesù abbia realmente promesso un vero cibo e una vera bevanda, che sono il suo corpo e il suo sangue, emerge però chiaramente da tre fattori:
a)    il realismo delle espressioni usate.

I termini utilizzati sono così vivi che non ammettono ambiguità o interpretazioni allegoriche.
Le espressioni  “mangiare la carne” e “bere il sangue”, specialmente se paragonate col il testo greco (troghein: masticare con i denti), significano un vero mangiare;
inoltre, queste due espressioni sono usate per ben tre volte univocamente (vv. 53, 54, 56).

b)    l'inammissibilità del senso metaforico.

Tutta la terminologia del capitolo VI è sacrificale e richiama continuamente le espressioni dell’ultima cena; analizzando lo stile biblico, le espressioni di Gesù, se intese simbolicamente, non avrebbero alcun senso.
Pensare che le parole di Gesù con simile significato morale potessero esprimere soltanto la necessità della fede in Lui è inconsistente, anzi è contro ogni regola di buona interpretazione attribuire un significato che egli non intendeva e che i suoi uditori stessi non comprendevano.

c)   L’atteggiamento degli uditori e dello stesso Cristo.

Il realismo delle espressioni considerate riceve ancora maggiore risalto dall’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi ascoltatori: giudei, discepoli, apostoli.
I giudei (increduli e avversari di Gesù) intesero le parole in senso letterale, cioè nel senso di cibo reale, e appunto per questo discutevano tra loro: “come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 53).
La linea di condotta di Gesù, come si rileva da tutto il Vangelo, è sempre stata chiarissima: 

quando gli ascoltatori avevano male compreso le sue parole, poneva ogni cura nel dissipare l’equivoco (ad es. Giov. 3, 3-8, o Mt. 16, 6-12), ma quando le avevano comprese rettamente, senza però aderirvi per la difficoltà intrinseca del loro contenuto, non modificava il suo discorso, ma ribadiva in vari modi la stessa idea (per es. Mt. 9,2-7, Giov. 8,51-58; 10,31-38).
In questo caso però Gesù non modifica le sue affermazioni, ma per tre volte insiste sullo stesso concetto con maggior forza affermandolo anzi più esplicitamente e in maniera solenne ("in verità vi dico…" v. 53), ribadendolo con parole più realistiche e ripetendo per sei volte che la sua carne doveva essere vero cibo per la salvezza delle anime.

Non è possibile, perciò, che Gesù, se avesse voluto dare alle sue parole un senso metaforico, abbia ripetuto con tanta insistenza le stesse frasi così male interpretate dagli uditori per confermarli nel loro errore
Ma v’è di più
Finito il discorso e allontanatisi i giudei, Gesù si trova di fronte all’incredulità dei suoi stessi discepoli, alcuni dei quali addirittura lo abbandonano scandalizzati; ma anche in questo caso, davanti al disagio intellettuale dei discepoli, Cristo non cambia nulla del suo discorso:  e neppure da altri passi del Vangelo (in colloqui privati con i discepoli) risulta che abbia attenuato la gravità delle sue parole; anzi, con la pazienza tutta sua verso chi non intendeva in buona fede, cerca di aiutarli a comprendere (vv. 61-63), ma non modifica le sue parole di una virgola: aggiunge solo una spiegazione ulteriore sul modo (cercando di spiegare loro che non gli sta chiedendo di diventare cannibali, perché la sua carne non può dare la vita se non è unita allo spirito; perciò quello che dovranno mangiare è carne animata dalla divinità: solo così essa darà la vita).

Gesù chiede in definitiva ai discepoli un atto di fede e di umiltà, ribadendo la necessità di mangiare la sua carne e bere il suo sangue, anche se ancora non ne comprendono il senso; la reazione dei discepoli però è per lo più di incredulità (da allora molti si ritrassero e non andavano più con lui: v. 66).

Non è possibile pensare allora che Gesù, se le sue parole avessero avuto solo un significato simbolico, abbia permesso tale disorientamento senza avvertire la necessità di chiarire il presunto malinteso.

Infatti, nei confronti degli stessi apostoli non cede di un millimetro: “anche voi volete andarvene?”; sembra addirittura provocarli.

Nè la spiegazione che danno i Testimoni di geova, secondo cui Gesù con questo particolare comportamento avrebbe voluto vagliare i veri discepoli dai falsi, risulta plausibile, perché se così fosse stato (e cioè se le sue parole servivano soltanto a provare i discepoli) Gesù dopo la prova avrebbe però chiarito che il senso di quelle parole era solo questo e non altro, e invece non lo fa mai, lasciando che la sua chiesa nasca,  cresca e si sviluppi sul fondamento dell’Eucaristia.

Condizione essenziale per seguire Gesù è l’umile assenso della mente a una verità superiore alla capacità di comprendere degli uomini.

Davanti a questa pietra di scandalo i giudei si ritirano; molti discepoli si allontanano; Giuda prepara il tradimento, ma Pietro, pur non avendo compreso neanche lui la portata delle parole di Cristo sull'Eucaristia, reagisce con umiltà e confessa: “da chi andremo Signore? Tu hai parole di vita eterna!”

E’ qui prefigurata la storia della Chiesa che, ferma e sicura con Pietro, suo capo visibile, professa costantemente la sua adesione a Cristo, pane di vita, in mezzo alla derisione dei nemici della fede ed alle negazioni degli eretici.