mercoledì 24 settembre 2014

il lato oscuro del cervello

“La gente riesce a cogliere solo una parte della realtà.
Si dice che dieci decimi del cervello non vengono usati e questo, come la maggior parte dei fatti noti, è falso.
Nemmeno il più stupido dei Creatori si sobbarcherebbe il fastidio di mettere nella testa umana diversi etti di inutile viscidume grigio se l’unico vero scopo fosse, per esempio, farli servire come prelibatezza presso certe remote tribù in valli inesplorate.
Essi vengono usati.
E una delle loro funzioni è di rendere comune ciò che è miracoloso e trasformare l’insolito in solito.
Perchè se così non fosse, gli esseri umani, posti quotidianamente di fronte al meraviglioso, andrebbero in giro con grossi sorrisi stupidi sulla faccia e a Dio non piace la gente che lavora poco.
Chi non è costantemente occupato rischia di fare disastri.
Parte del cervello esiste per impedire che questo accada.
Talvolta, però, è troppo efficiente: può indurre le persone ad annoiarsi in mezzo alle meraviglie”!!!

G.  Chesterton

venerdì 12 settembre 2014

la pietra d'inciampo dei geovani

Volete un argomento per mettere in crisi i Testimoni di Geova che bussano alla vostra porta?
Eccolo: Giovanni 6,52 e ss. 

Il fondamento su cui si regge tutta la fede cattolica è la celebrazione del mistero dell'Eucaristia:
la Chiesa crede che nelle specie del pane e del vino sia presente realmente il corpo e il sangue di Cristo: se si mette in discussione questa verità crolla tutto l'edificio della fede.

Ebbene,  i Testimoni di geova contestano, tra le altre cose, proprio questa verità di fede, affermando che le parole di Gesù nel brano del vangelo di Giovanni, capitolo 6 - versetti 52 e seguenti, non possono essere interpretate come fanno i cattolici, perchè il Signore avrebbe inteso attribuire soltanto un senso simbolico alla sua "carne e sangue".
Che Gesù abbia realmente promesso un vero cibo e una vera bevanda, che sono il suo corpo e il suo sangue, emerge però chiaramente da tre fattori:
a)    il realismo delle espressioni usate.

I termini utilizzati sono così vivi che non ammettono ambiguità o interpretazioni allegoriche.
Le espressioni  “mangiare la carne” e “bere il sangue”, specialmente se paragonate col il testo greco (troghein: masticare con i denti), significano un vero mangiare;
inoltre, queste due espressioni sono usate per ben tre volte univocamente (vv. 53, 54, 56).

b)    l'inammissibilità del senso metaforico.

Tutta la terminologia del capitolo VI è sacrificale e richiama continuamente le espressioni dell’ultima cena; analizzando lo stile biblico, le espressioni di Gesù, se intese simbolicamente, non avrebbero alcun senso.
Pensare che le parole di Gesù con simile significato morale potessero esprimere soltanto la necessità della fede in Lui è inconsistente, anzi è contro ogni regola di buona interpretazione attribuire un significato che egli non intendeva e che i suoi uditori stessi non comprendevano.

c)   L’atteggiamento degli uditori e dello stesso Cristo.

Il realismo delle espressioni considerate riceve ancora maggiore risalto dall’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi ascoltatori: giudei, discepoli, apostoli.

I giudei (increduli e avversari di Gesù) intesero le parole in senso letterale, cioè nel senso di cibo reale, e appunto per questo discutevano tra loro: “come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 53).

La linea di condotta di Gesù, come si rileva da tutto il Vangelo, è sempre stata chiarissima: 

quando gli ascoltatori avevano male compreso le sue parole, poneva ogni cura nel dissipare l’equivoco (ad es. Giov. 3, 3-8, o Mt. 16, 6-12), ma quando le avevano comprese rettamente, senza però aderirvi per la difficoltà intrinseca del loro contenuto, non modificava il suo discorso, ma ribadiva in vari modi la stessa idea (per es. Mt. 9,2-7, Giov. 8,51-58; 10,31-38).

In questo caso però Gesù non modifica le sue affermazioni, ma per tre volte insiste sullo stesso concetto con maggior forza
affermandolo anzi più esplicitamente e in maniera solenne ("in verità vi dico…" v. 53), ribadendolo con parole più realistiche e ripetendo per sei volte che la sua carne doveva essere vero cibo per la salvezza delle anime.

Non è possibile, perciò, che Gesù, se avesse voluto dare alle sue parole un senso metaforico, abbia ripetuto con tanta insistenza le stesse frasi così male interpretate dagli uditori per confermarli nel loro errore.

Ma v’è di più.

Finito il discorso e allontanatisi i giudei, Gesù si trova di fronte all’incredulità dei suoi stessi discepoli, alcuni dei quali addirittura lo abbandonano scandalizzati; ma anche in questo caso, davanti al disagio intellettuale dei discepoli, Cristo non cambia nulla del suo discorso:  e neppure da altri passi del Vangelo (in colloqui privati con i discepoli) risulta che abbia attenuato la gravità delle sue parole; anzi, con la pazienza tutta sua verso chi non intendeva in buona fede, cerca di aiutarli a comprendere (vv. 61-63), ma non modifica le sue parole di una virgola: aggiunge solo una spiegazione ulteriore sul modo (cercando di spiegare loro che non gli sta chiedendo di diventare cannibali, perché la sua carne non può dare la vita se non è unita allo spirito; perciò quello che dovranno mangiare è carne animata dalla divinità: solo così essa darà la vita).

Gesù chiede in definitiva ai discepoli un atto di fede e di umiltà, ribadendo la necessità di mangiare la sua carne e bere il suo sangue, anche se ancora non ne comprendono il senso; la reazione dei discepoli però è per lo più di incredulità (da allora molti si ritrassero e non andavano più con lui: v. 66).

Non è possibile pensare allora che Gesù, se le sue parole avessero avuto solo un significato simbolico, abbia permesso tale disorientamento senza avvertire la necessità di chiarire il presunto malinteso.

Infatti, nei confronti degli stessi apostoli non cede di un millimetro: “anche voi volete andarvene?”; sembra addirittura provocarli.

Nè la spiegazione che danno i Testimoni di geova, secondo cui Gesù con questo particolare comportamento avrebbe voluto vagliare i veri discepoli dai falsi, risulta plausibile, perché se così fosse stato (e cioè se le sue parole servivano soltanto a provare i discepoli) Gesù dopo la prova avrebbe però chiarito che il senso di quelle parole era solo questo e non altro, e invece non lo fa mai, lasciando che la sua chiesa nasca,  cresca e si sviluppi sul fondamento dell’Eucaristia.

Condizione essenziale per seguire Gesù è l’umile assenso della mente a una verità superiore alla capacità di comprendere degli uomini.

Davanti a questa pietra di scandalo i giudei si ritirano; molti discepoli si allontanano; Giuda prepara il tradimento, ma Pietro, pur non avendo compreso neanche lui la portata delle parole di Cristo sull'Eucaristia, reagisce con umiltà e confessa: “da chi andremo Signore? Tu hai parole di vita eterna!”

E’ qui prefigurata la storia della Chiesa che, ferma e sicura con Pietro, suo capo visibile, professa costantemente la sua adesione a Cristo, pane di vita, in mezzo alla derisione dei nemici della fede ed alle negazioni degli eretici.