giovedì 26 luglio 2012

la fortuna non esiste

tutto è regolato dalla Provvidenza amorosa di Dio.
Questo è quello che ho imparato negli ultimi dieci giorni trascorsi accanto a mia madre adagiata in un letto d'ospedale dopo una delicata operazione chirurgica.
Ho imparato anche che arriva un momento nella vita in cui il destino ti chiede di fare da madre a tua madre e da padre a tuo padre e ricolmarli di tutte le premure che hanno avuto per te da bambino.
Ed ho scoperto che rimboccarle le lenzuola, sbucciarle una mela e portarle alle labbra un cucchiaio di minestra mi ha fatto sentire più figlio e più mamma...

martedì 10 luglio 2012

alla ricerca del senso perduto

Nel 1938 le truppe di Hitler invadono l'Austria e la situazione della comunità ebraica ivi residente precipita.
Intere famiglie vengono deportate nei campi di concentramento.
Tra queste c'è una famiglia viennese nella quale è cresciuto un giovane e brillante psicologo: Victor Frankl.
Egli era stato il primo studioso a sperimentare una cura innovativa: la "Logoterapia", termine usato per la prima volta nel 1926.
Il trattamento con il paziente prevedeva il porre al centro dell'intervento le tematiche relative al senso della vita: l'agire umano deve essere guidato, secondo questa terapia, verso la ricerca del senso, della 'verità esistenziale' nelle sue diverse manifestazioni. Il disagio psichico, che si esprime attraverso le nevrosi, viene considerato come una caduta nel cammino della ricerca del significato, e la sofferenza individuale non come un sintomo, ma come un'azione che si inserisce nella dinamica delle decisioni spirituali da prendere nel corso della vita.
A tal proposito Frankl propone una nuova categoria diagnostica, chiamata 'noogenic neurosis', indicante una forma di nevrosi legata ad un vissuto di vuoto (vacuum) esistenziale.
Questa terapia comincia subito a riscuotere un grande successo, soprattutto tra i giovani, allo scopo di arginare il fenomeno dei suicidi, molto diffuso in quell'epoca a Vienna: di fatto già in quell'anno si registra una drastica riduzione del triste fenomeno nella capitale austriaca.
Ma la deportazione interrompe le terapie del giovane psicologo: egli trascorre tre anni della sua vita in quattro lager diversi: Theresienstadt, Auschwitz, Kaufering III e Türkheim.
Nel 1945 viene liberato dalle truppe statunitensi e rientra a Vienna, mentre i suoi familiari, a parte la sorella, non riescono a sopravvivere: suo padre muore a Theresienstadt, la madre e suo fratello ad Auschwitz, sua moglie (di appena venticinque anni) a Bergen-Belsen.
Dall'esperienza dei campi di concentramento nasce il libro "Uno psicologo nei lager" (Edizioni Ares, Milano 1998), destinato a diventare un best-seller mondiale.
Tra le tante considerazioni che Frankl matura nel periodo di prigionia c'è quella, sorprendente, secondo cui l'uomo è sempre capace di autoderminarsi, anche in condizioni estreme:
«Che cos'è, dunque, l'uomo? noi l'abbiamo conosciuto come forse nessun'altra generazione precedente; l'abbiamo conosciuto nel campo di concentramento, in un luogo dove veniva perduto tutto ciò che si possedeva: denaro potere, fama, felicità; un luogo dove restava non ciò che l'uomo può "avere", ma ciò che l'uomo deve essere; un luogo dove restava unicamente l'uomo nella sua essenza, consumato dal dolore e purificato dalla sofferenza. Cos'è, dunque, l'uomo? Domandiamocelo ancora. È un essere che decide sempre ciò che è. »
(Homo patiens. Soffrire con dignità)
A queste prime pubblicazioni succederanno svariate altre, che costituiranno le basi dell'analisi esistenziale e della logoterapia, quella che egli stesso definisce una "svolta copernicana", sia per ciò che concerne la psicoanalisi, che nella sua stessa vita: prendere consapevolezza di come la motivazione principale dell'uomo non sia il principio del piacere (Freud), né la volontà di potenza (Nietzsche), bensì la "volontà di significato", il desiderio di trovare un senso, uno scopo per la propria vita.
Ma c'è un motivo privilegiato grazie al quale Frankl ha "scelto" di sopravvivere durante la prigionia: l'amore per la moglie Tilly, come descrive stupendamente nel brano che segue
“Improvvisamente, ho di fronte l’immagine di mia moglie.
Mentre inciampiamo per chilometri, guardiamo la neve o scivoliamo su lastre ghiacciate, sempre sorreggendoci a vicenda, aiutandoci gli uni gli altri e trascinandoci avanti, nessuno parla più, ma sappiamo bene che in questi momenti ognuno di noi pensa a sua moglie.
Di tanto in tanto guardo il cielo, dove impallidiscono le stelle, o là, dove comincia l’alba, dietro una scura cortina di nubi: ma il mio spirito è ora tutto preso dalla figura che si racchiude nella mia fantasia straordinariamente accesa, e della quale non ho mai avuto sentore prima, nella vita normale.
Parlo con mia moglie. La sento rispondere, la vedo sorridere dolcemente, vedo il suo sguardo, e – corporeo o meno - il suo sguardo brilla più del sole che si leva in questo momento.
D’un tratto, un pensiero mi fa sussultare: per la prima volta nella mia vita, provo la verità di ciò che per molti pensatori è stato il culmine della saggezza, di ciò che molti poeti hanno cantato; sperimento in me la verità che l’amore è, in un certo senso, il punto finale, il più alto, al quale l’essere umano possa innalzarsi.
Comprendo ora il senso del segreto più sublime che la poesia, il pensiero umano ed anche la fede possono offrire: la salvezza delle creature attraverso l’amore e nell’amore! Capisco che l’uomo, anche quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine suprema – sia pure solo per qualche attimo – nella
contemplazione interiore dell’essere amato. Nella situazione esterna più misera che si possa immaginare, nella condizione di non potersi esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è sopportare il dolore con dignità, ebbene, anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa, nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che porta in sé.
Per la prima volta nella mia vita, sono in grado di capire ciò che si intende, quando si dice: gli angeli sono beati nell’infinita, amorevole contemplazione di uno splendore infinito…
Davanti a me cade un compagno; quelli che gli marciano dietro, cadono anche loro. La sentinella accorre e li bastona senza pietà. La mia vita contemplativa è interrotta per qualche secondo, ma subito dopo la mia anima si innalza, si eleva nuovamente dalla mia esistenza di internato ad un mondo sovrumano e riprende il dialogo con l’essere amato: io chiedo – lei risponde, lei domanda – rispondo io..”

domenica 1 luglio 2012

angeli custodi

Da bambino avevo paura del buio e quando arrivò il momento di andare a dormire da solo cominciarono gli incubi notturni.
Ricordo che ogni volta che arrivava il momento di andare a letto mi prendeva un’angoscia simile a quella di un condannato a morte condotto al supplizio.
Spesso non riuscivo a chiudere occhio per gran parte della notte ed allora cercavo di immaginare che il mio letto fosse protetto da una campana di vetro su cui vegliavano gli angeli, impedendo ai mostri dell’oscurità di farmi del male.
Rimpiangevo in quelle ore penose persino l’odiata scuola e la severa maestra, la quale in quel periodo si era proposta l’ambizioso obiettivo di insegnarmi a scrivere con la mano destra, come facevano tutti i bambini.
Non riuscivo a capire perché lo scrivere con la mano sinistra era considerato dal sentire comune come un male morale: la cosa importante era imparare a scrivere, mi dicevo, che poi a scrivere fosse la sinistra anziché la destra, che differenza faceva?
Dopo diversi tentativi infrantisi contro il muro della mia ostinazione, anche la maestra desistette ed io continuai a scrivere con la sinistra senza particolari ricadute esistenziali.
La lotta contro la paura del buio, e di tutto ciò che questo rappresentava nell’immaginario di un bambino, fu però molto più difficile da vincere.
Dopo centinaia di ore insonni finalmente un giorno mi accorsi che non avevo più paura di niente e di nessuno; scoprii di aver maturato un coraggio a prova di bomba, ma non sapevo ancora quanto questa conquista avrebbe messo ripetutamente a rischio la mia vita.
Da giovani, infatti, il coraggio rischia talvolta di sfociare nella temerarietà o, peggio, nell’incoscienza del pericolo.
Quando raggiunsi i 14 anni mio padre ebbe l’infelice idea di comprarmi una vespa 125 sulla quale diventai presto uno dei principali pericoli pubblici del paese (per la verità, già in bici avevo rischiato di accoppare una signora incinta che camminava tranquillamente sul marciapiede) costringendo il Padreterno a mettermi alle costole un plotone di angeli custodi in assetto da guerra per cercare di arginare i guai che combinavo ogni giorno.
Ben presto mio padre si rese conto che sulla vespa non sarei vissuto ancora a lungo ed allora decise sapientemente di venderla; tuttavia, per non farmi morire d’inedia, cominciò a farmi guidare la macchina (considerata meno pericolosa) e così mi ritrovai a 16 anni a sperimentare l’ebbrezza delle 4 ruote.
Cominciai ad acquisire subito grande dimestichezza con l’automobile, scoprendo ben presto che non c’è nulla di più pericoloso nella guida che l’eccesso di sicurezza.
Dopo alcuni anni di esperienza, ad ormai patente acquisita, ho compreso che se c’è la striscia continua su alcuni tratti di strada, diavolo, un motivo ci sarà anche!
Nel mio caso il pericolo non era rappresentato tanto dall’imprudenza quanto dall’impazienza: la stragrande maggioranza di incidenti, talvolta mortali, è causata dall’ansia di superare i veicoli lenti che ti trovi davanti.
Quando comprendi che avrai sempre un veicolo lento davanti, e che se anche lo superi, prima o poi ne troverai un altro ed un altro ancora, allora ti dai una calmata e ti accorgi che non succede niente se arrivi dieci minuti più tardi.
Se ripenso a tutte le volte in cui gli angeli custodi mi hanno aiutato ad uscire indenne da situazioni difficili non posso far altro che riconoscere come senza di loro sarei già da un pezzo sotto diversi strati di terra.
Oggi che sono una persona matura (???) ed equilibrata (?!?!?!?) ci tenevo a ringraziarli pubblicamente!!!